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Studentessa DAMS in fase di sfogo: impressioni e pippe varie su ciò che è bello in quanto bello e su ciò che è bello in quanto piace (a me, chiaro). Perchè di opinionisti su questa terra non sembra essercene mai abbastanza...

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mercoledì, 23 agosto 2006

TIME, Kim Ki-duk, 2006 (Giappone, Corea del Sud)

 Passione, dolcezza, gelosia. Dolore, tenerezza, apparenza. Noia, follia, rinnovamento. Amore. Tempo. Immutabilità. "Time" è un tifone che si abbatte impervio sullo spettatore. Un'ondata di fisicità, di puro palpabile senso di travolgimento corporeo, come una colata lavica di emozione sulla pelle, come l'essere stretti e completamente avvolti da una gigantesca e ruvida coperta marrone, proprio lì, seduti sulle poltroncine omertose del cinema deserto. E non poterci far nulla, non riuscire (e non volere) fermare l'immersione. "Time" è l'amore disperato, quello che antepone se stesso ai suoi attori, quello a cui non importa minimamente chi si è, che è solo vagamente interessato a chi si ama, che sugge l'intera propria linfa dall'autoesaltazione di se stesso. Non amo te; amo il fatto che tu mi ami, e che questo amore esista, per sempre, ad ogni costo. L'amore, simile ad un gioiello selvatico, completamente costellato di cristalli vivi, e taglienti come enormi schegge di vetro, non si può che stringere forte tra le proprie sole mani, e questi non tarda a farle sanguinare copiosamente. Perdere l'identità, certo, per amore. Annullare se stessi, uscire alternativamente da una porta della felicità, entrare in una della disperazione; tuffarsi nel futuro, riemergere dal passato. Giocare con ciò che si è, dimenticando ciò che si ha. E scoprire, nel momento in cui si dovrebbe ottenere massima la soddisfazione, che l'inganno si ritorce, e che l'animo non si imbroglia. Su tutto, il tempo che regola, scandisce, e silenziosamente leviga, modella, forgia.
Facile sarebbe attribuire a questo film significati banalotti da didascalica morale da discount. Ma a contare sono le sensazioni, gli sguardi, l'umanità che ne traspare;  i significati, magari minimi ma essenziali, che come una lunga e paziente collana di perle lega l'opera dal primo fotogramma ai titoli di coda. Il contrappasso di una lacerazione fisica per annullare un disagio spirituale, un vortice di dolore che si richiude ciclicamente su se stesso, ritornando all'inizio ma segnando una inevitabile e irreparabile chiusura.
Caleidoscopico, sconvolgente, disperato. Sostanzialmente magnifico.

postato da: myfavouritethings alle 10:10 | link | commenti (3)
categorie: cinema

Commenti
#1   25 Agosto 2006 - 09:14
 
Ebbene sì, un compaesano... Magari ci conosciamo pure! ^_^
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente jecke

#2   25 Agosto 2006 - 09:42
 
spam
e_jecke@hotmail.com
spam
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#3   05 Settembre 2006 - 15:44
 
bentornata. Ho sempre grandi aspettative per kim ki duk.
freestate
utente anonimo

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