Credo che si potrebbero tranquillamente impiegare ore ed ore prima di riuscire ad esplicitare qualcosa di quanto meno sufficiente ed accettabile su questo film. Si potrebbero versare fiumi di inchiostro, si potrebbe mitragliare la tastiera fino a stancare le dita, e si potrebbe infine parlare, parlare parlare, fino ad essere stanchi di sentire la propria voce. Talmente tanti sono gli stimoli che quest'opera suscita in chi le si avvicina, con occhio critico e non, che stenderne una sintesi diventa un'operazione piuttosto complessa e che lascia di certo l'amara sensazione di non aver detto tutto, di non essere riusciti a trasmettere abbastanza. So benissimo che sarà così anche per me.
Una caratteristica che non ho potuto fare a meno di notare è come questo film si basi, più o meno volontariamente, sulla dicotomia come struttura portante, sulla contrapposizione/affiancamento di coppie di elementi che sono senza dubbio caratterizzanti. La macrodivisione, quasi aprioristica, su cui si basa il film è la contrapposizione tra il lavoro registico di Lars von Trier e la prestazione, sia attorica che musicale, di Bjork. Su questi due filoni, tanto geniali quanto completamente indipendenti ed autonomi, è costruita l'intera opera, e proprio su questa divisione si dovrebbe basare, a parer mio, ogni possibile apporto critico. Il regista crea la sua arte rispettando (ma a volte anche distruggendo) la sua personale poetica, già affermata nelle realizzazioni precedenti e dichiarata in quel famoso manifesto, Dogma 95, che diventa regola da seguire, punto di riferimento e schema in cui calarsi, o da cui a volte allontanarsi. Una regia che sembra voler tornare alle origini ma che qualche volta si fa pesante, invadente per l'eccessiva forzatura con cui il regista ci impone certe inquadrature, certi primi piani decentrati, certi movimenti di macchina troppo rapidi e violenti.
Per quanto riguarda Bjork, essa si riconferma artista completa e poliedrica, inarrivabile come musicista e invidiabile come attrice. Alle volte sembra quasi che essa abbia ormai raggiunto un così elevato stato di fusione con l'arte, una sua personalissima e ormai inconfondibile forma di linguaggio artistico, che il suo sguardo appare sempre pago, soddisfatto e sornione di un mondo che, meraviglioso, si dispiega solo ai suoi occhi; e questo è quello che succede, in parte, anche alla protagonista del film da lei interpretata.
A livello di struttura interna dell'opera, su un piano più pregnantemente realizzativo, si può osservare la seconda dicotomia su cui è basato il film. La vita di Selma e di tutto il gruppetto di conoscenti che formano la sua esistenza, la sua storia di donna e di madre si contrappongono ai quadretti di genere, ai momenti musicali, alle coreografie che forano l'oscurità della vita della ragazza. Una sceneggiatura un po' banalotta, che cade spesso, specie nella prima mezz'ora, nei luoghi comuni, nella bassa sfera del melò strappalacrime, con una totale incapacità di coinvolgere ed appassionare lo spettatore, riesce però in seguito a crescere talmente d'intensità da lasciare senza fiato, senza parole ma con un amaro sapore di dolore tra le labbra. Sbiaditi, poco saturi e sabbiosi sono i colori di queste sezioni di film (le più lunghe, in cui gli unici suoni sono quelli diegetici), che vengono però frante dall'intervento della sezione musicale dell'opera. Difficile parlare di musical in una storia di così tanto reale dolore; si può dire piuttosto che questi inserti musicali, in pieno stile Bjork, sono delle parentesi a sè, dei mondi che Selma si crea per evadere da una situazione non certo facile, in cui ritrovare le cromìe e le luminosità che sta perdendo (qui i colori si fanno davvero carichi e splendenti), in cui sentirsi realmente felice grazie alla Musica. A Selma basta un suono, un minimo impulso ritmico, anche il più banale o impensabile (quello metallico e freddo dei macchinari della catena di montaggio, ad esempio) per lanciarsi in un mondo tutto suo, in cui ritrovare se stessa e la gioia di vivere. O per trovare il coraggio di morire, di abbandonarsi in una canzone dettata dal ritmo più intimo che ognuno possiede, nella più piena consapevolezza che essa non sarà l'ultima, se lo si vorrà.
Queste due sezioni che formano il film, realtà/sofferenza e sogno/musica/felicità, sono due nastri distinti che si intrecciano, prima lentamente, e poi ricorrendosi in una spirale sempre più vorticosa che li porterà a legarsi definitivamente nel sacrificio ultimo della protagonista, che diventa unico e vero punto d'incontro tra la squallida realtà e il mondo da sogno che solo grazie al potere di elevazione del suono si può raggiungere.
Un film che si fa attendere, che si basa sull'essenzialità, sul rigore, e sulla successiva rottura di esso, in una struttura complessiva ben equilibrata che non può di certo deludere.
L'amarezza e le lacrime mi son rimaste, il coinvolgimento personale è cresciuto con intensità e passione, il sacrificio e il dolore li ho sentiti dentro di me, quasi fisicamente. Credo che fosse proprio questo che il regista voleva lasciare.
Il mondo da sogno quasi infantile, fantastico, che i suoni sanno ricreare, l'istintività dei ritmi e la grande energia della coreutica sono un'esperienza mistica indescrivibile ma bellissima, a cui ogni uomo può giungere, anche il più semplice, anche con nulla. Solo la propria voce e il ritmo del proprio cuore possono bastare per salvare se stessi. E questo credo fosse quello che voleva lasciarci Bjork.
Bello, davvero.
