
E così anch'io ho visto "Million Dollar Baby". Con un tanto vergognoso quanto imperdonabile ritardo sui tempi mi sono recata al cinema e ho visto prendere forma davanti ai miei occhi una storia che mi ha colpita tanto forte da lasciarmi attonita, disperata, commossa e del tutto priva di parole. In tutta sincerità non so bene cosa poterne scrivere; già tanto è stato detto, se ne è così tanto parlato che ogni osservazione in più ormai sarebbe insensata e superflua (forse). E allora racconterò le mie sensazioni, in una specie di brainstorm emotivo che dia forma a quel turbine di voci che ho sentito dentro da ieri sera, e per tutta la notte.
Appena uscì il film mi feci immediatamente l'idea che fosse vagamente un capolavoro, me ne resi conto solamente osservando le reazioni di entusiasmo dei più fortunati che in un modo o nell'altro erano riusciti ad andare a vederlo, quindi mi riufiutai da subito di leggere qualsiasi recensione che lo descrivesse, per evitare di farmi idee e pregiudizi dettati dal gusto di altri; per riuscire ad assaporarne ogni istante per conto mio, in piena e orgogliosa autonomia. Devo dire che ho fatto bene. "Million Dollar Baby" è un'opera che va scoperta tappa per tappa nel suo dispiegarsi, che va incassata come un diritto ben assestato, contro cui è difficile (impossibile) difendersi. E ' un film così umano, così concreto e, direi, fisico, che sembra di essere lì, tra sacchi e guantoni, tra cuoio, corde e gocce di sudore. E' così reale che il rumore delle ossa che si fracassano, l'odore del sangue che cola ti sembrano in sala con te, e a tratti hai la netta sensazione di essere tu a vibrare il colpo, e molto più spesso a riceverlo. Un film che racconta una storia come tante, ma irripetibile nella sua unicità. Che affronta argomenti importanti, fondamentali, su cui è difficile prendere posizione e ancora più arduo è trovare il coraggio e il modo giusto per rappresentarla e proclamarla. La ricerca di un senso di responsabilità umana che si fa necessaria, irrinunciabile, prioritaria su tutto e tutti, perfino su se stessi. La svolta che prendono i fatti ci dimostra il coraggio di Eastwood di affrontare un tema difficile, di andare contro la banalità e la convenzionalità di una storia che poteva essere una come tante per farci vedere qual è il vero volto dell'esistenza, della sofferenza, dell'importanza di non dare mai niente per scontato, senza perbenismi, senza moralismi e ipocrisie. Mi vien da sorridere a pensare a quante volte dentro di me ho pensato mentre assistevo alla proiezione "No dai sta scherzando... Vedrai che adesso si sistema tutto, non può essere così, non può andare così...". Ma invece è proprio così che deve andare; perchè anche se nella boxe tutto è innaturale, tutto va al contrario, è proprio il ring a diventare la più autentica e sincera metafora della vita.
Beh sì, credo sia naturale: ho pianto per questo film.
