Ho appena spento la tv, dopo aver letto fino all'ultima lettera dei titoli di coda di questo film. Non mi capita mai di scrivere qualcosa su un'opera cinematografica senza averci riflettuto un po', senza aver raccolto le idee, senza aver lasciato passare almeno una notte per metabolizzare il tutto. Questa volta non mi è riuscito, non ho potuto fare a meno di accendere il pc ed iniziare a digitare qualche frase, senza saper bene nè cosa nè come. E tantomeno perchè.
Questo film mi ha senza dubbio colpita, in più punti e in maniere diverse. Iniziando da quella che potrà sembrare l'osservazione più banale, direi che mi ha leggermente destabilizzata la scelta della città. Da buona vicentina che ha sempre creduto che la propria fosse una delle città italiane che vanno a formare di diritto il plotone/cenerentola delle possibili ambientazioni cinematografiche, non ho potuto che rimanere allibita sin da quando le prime immagini che ritraggono la stazione delle F.T.V. ( Ferrovie Tramvie Vicentine) di viale Milano, attraverso cui sono passata infinite volte per tutti gli anni del liceo (e qualche volta ancora oggi) non mi hanno lasciata a bocca aperta con un'espressione smarrita ed insulsa ad esclamare: "Ma è VICENZA!". Ora, per chi è cresciuto in città come Roma, Milano o Firenze, questa sensazione sembrerà tanto stupida quanto più ingenua e incomprensibile. Beh, probabilmente lo è. In più, sentir parlare gli attori di un film in una maniera per me così quotidiana e familiare non ha che contribuito a tutto questo strano rimescolio di emozioni che non mi hanno abbandonata fino alla fine del film (scusate, i vicentini non sono abituati a trovarsi faccia a faccia con se stessi. Cercate di capire...). Un sentito e personale grazie a Garrone per avermi per una volta fatta sentire davvero a casa mia mentre guardavo un film.
Passando oltre questo breve (e probabilmente causa di futura vergogna) sfogo, parlerei anche un po' del film, che in quanto ad emozioni non è di certo cosa da poco. La crudezza e la ripida spirale di dolore che Garrone ci sbatte in faccia non lasciano scampo, ci costringono a scavare nel nostro profondo, a rivivere, a sentire i brividi lungo la schiena perchè è IMPOSSIBILE non ritrovarsi a provare orrore, paura e immedesimazione nella percezione delle tristezze recondite che ogni storia d'amore porta con sè. Ovviamente questo è un esempio estremo, è una storia che qualcuno difficilmente definirebbe con l'ormai abusato vocabolo "amore". Ma il binomio insuperabile eros/thanatos, eredità preziosa di una civiltà che tanto ci ha insegnato, trova qui una sua compiuta dimostrazione nella rappresentazione di un sentimento che per trovarsi compiuto deve necessariamente passare attraverso la distruzione. Distruzione dell'altro e distruzione di sè, il tutto ottenuto per eliminazione, per consunzione, per logoramento e devastante deperimento. E poi c'è il fuoco, c'è l'oro, c'è un corpo nudo sempre più sottile e un paio di occhi azzurri sempre più freddi. C'è la voce che si spegne, c'è un po' di pelle pallida, c'è una serie di vertebre in fila, nude, fredde, aride. Mettere fine a questa cruda sofferenza, a questa calcolata e inevitabile violenza vorrebbe dire mettere fine ad una relazione che sembra essere la più importante per entrambi, l'unica, la vera storia della vita. Al binomio Mente/Corpo, eretto a pilastro portante di tutta la poetica del film, bisogna aggingere con forza anche un terzo elemento: il Cuore, che si caratterizza come la parte più autenticamente umana di questi due personaggi, straziati dall'interminabile conflitto tra la precisa glacialità della Mente e la bolsa animalità del Corpo. Solo un atto di violenza può mettere fine a tutto questo. E un atto di violenza riporterà il silenzio, la consapevolezza, un ritorno ad una normalità di intenti che una volta tanto rappresenta l'unica forma di salvezza possibile.
Bravo Garrone.
