L'esordio alla regia di Federico Fellini non è di certo da giudicare con leggerezza in quanto prova registica di gioventù e opera prima. E' un lavoro più che autosufficiente, solido, fulgido e corposo, divertente, acuto e completamente disinvolto. Nessun tentennamento, nessuna ambiguità. Fellini ci squaderna davanti agli occhi tutta l'arte e l'incontestabile maestria che lo contraddistinguono sin dalle prime esperienze nel mondo cinematografico.
Quest'opera si basa su una sceneggiatura semplice e piuttosto banale. Si racconta il viaggio di nozze a Roma di due sposini della provincia che, una volta giunti nella capitale, si confrontano con una serie di avventure ed imprevisti che si calano appieno nell'atmosfera postbellica e preconsumistica dei primi anni '50. Lui, conservatore e autoritario, rappresenta il rispetto dei valori della tradizione, l'impeccabilità, la puntualità e la razionalità. Lei, giovanissima e sognatrice, è innamorata di uno bellissimo Sceicco Bianco, protagonista di un fotoromanzo a puntate, di cui dipinge ritratti e a cui scrive tra un sospiro e l'altro lunghe lettere d'amore con lo pseudonimo di Bambola Appassionata. Giunta nella grande città, non resiste alla tentazione di andare a conoscere il suo eroe, cadendo in una rete di imprevisti e complicazioni di cui non sospetta neanche lontanamente l'esistenza.
Fellini riesce a raccontarci questa storia con grande freschezza, con un'abile alternanza tra lo svolgersi degli eventi, la tensione data dall'imprevisto, le esplosioni di comicità (sempre estremamente eleganti), i momenti di puro gusto descrittivo e varie sequenze rese ricche di enfasi da un montaggio costruito su climax crescenti di dinamismo, di accavallemento di immagini, di musica che si fa sempre più incalzante (memorabile quella in cui si delinea l'attività -fervente negli anni '50- della realizzazione di una puntata di fotoromanzo, con le immagini che quasi si sovrappongono una all'altra, rinunciando volutamente ad ogni tentativo di mimesi col reale, con il preciso intento di restituirci la frenesia che caratterizzava tale attività di spettacolo dal valore puramente commerciale).
I temi cari al regista romagnolo, quelli che caratterizzeranno tutta la sua produzione successiva, sono presenti in toto. Lo stile felliniano è inconfondibile e caratterizzante. Il gusto per le icone grottesche, per ciò che è comico e drammatico allo stesso tempo, per lo straniamento dato dalla diversità, il trionfo dei mediocri, dei personaggi troppo semplici e per questo dimenticati, dei reietti, degli sconfitti, i richiami al mondo multicolore del circo, dello spettacolo di strada, delle macchiette e delle prostitute, la valorizzazione dei dialetti regionali, le icone apparentemente non sense, la musica della fanfara, le filastrocche dei menestrelli e dei cantastorie, la spiccata predilezione per le forme d'arte popolari, legate alla tradizione, alla provincia. E da qui partono anche gli inconfondibili richiami autobiografici, al suo provenire dalla campagna, dai luoghi delle origini e delle valori autentici.
Non manca infine l'elemento pregnante dell'estetica felliniana: il tema del sogno, l'atmosfera da favola, che non diventa solo aspetto contenutistico ma vero e proprio tratto stilistico, regalandoci momenti di irrinunciabile e inimitabile lirismo, in ambientazioni e atmosfere oniriche, che ci trascinano in una realtà di giochi, di scherzi e leggerezza, di fantasia e dolcezza che solo il cinema del Maestro riesce a ricreare. Attimi che tolgono il fiato e che restano impressi nella memoria, diventando pietre miliari della storia del cinema (in questo "La Strada" è capolavoro assoluto) e dell'arte in genere. Perfette e insostituibili le musiche di Nino Rota, che si può dire con certezza siano le uniche in grado di valorizzare appieno il lavoro di uno dei grandi del cinema italiano.
