E' un film intenso Cuore Sacro, un film che trasuda passione, che ti lascia sospeso, che ti prende e ti solleva da terra per condurti sempre più su, in elevazione, in ascesi mistica, e sempre più dentro, in autoanalisi, in profonda ricerca. I significati che reca con sè sono a tal punto importanti, a tal punto fondamentali che il film non li contiene, e ce li versa addosso, con enfasi, con generosità, con una precisa e serena convinzione di fondo. E' un film che colpisce, non c'è dubbio.
Non voglio scrivere nulla della storia, per due motivi: primo perchè l'ho trovata inconsistente, di poco spessore, mal strutturata. Alcuni personaggi sono realizzati pessimamente, poco approfonditi e appena appena abbozzati. Uno su tutti la giovane Benny: uno dei protagonisti peggio riusciti che io abbia mai visto. Insomma, dal punto di vista del soggetto, la realizzazione fa un po' acqua da tutte le parti (cosa che non mi aspettavo da un Ozpetek ormai maturo). Da questo punto di vista il film mi ha davvero delusa. Secondo motivo per cui non mi va di parlare della storia è che essa è assolutamente inutile: quello che resta (e che DEVE - o dovrebbe - restare) di questa pellicola è l'emozione che produce, l'intensità di alcuni momenti, l'elevazione violenta e irrinunciabile in cui trascina lo spettatore. La parabola di avvicinamento a Dio tramite la carità e il donare se stessi agli altri è riuscitissima, è vera, è coinvolgente. Un film che fa dei primi piani e soprattutto dell'attenzione agli sguardi un suo punto di forza, trova negli occhi della protagonista la sua carta vincente: il ghiaccio che li raggela e li rende impenetrabili e crudeli all'inizio, si scioglie lentamente nel corso della proiezione, fino a diventare lacrime di consapevolezza, di gioia, di ritrovata umanità. Man mano che Irene si avvicina alla sua memoria, a se stessa, a Dio, agli altri e alla gioia di dare i suoi sguardi cambiano, il suo aspetto cambia. Non più trucco, abiti eleganti, tacchi e gioielli: ma lacrime, sangue, sorrisi e umana autenticità. Nel lungo e difficile cammino di redenzione assistiamo ad una reale perdita dell'attaccamento ai beni terreni e materiali che culmina con la sequenza finale, commovente, in cui Irene da tutto, tutto quello che ha a chi le sta intorno. Un percorso forse un po' troppo ricco di citazioni e icone della cristianità , tra cui una inconfondibile rivisitazione del celebre gruppo scultoreo della Pietà di Michelangelo e alcune forzature un po' ardite della carità francescana nell'era dei consumi, in un cammino che a parer mio avrebbe dovuto rimanere super partes, che, come la madre di Irene, avrebbe dovuto abbracciare ogni religione. Perchè non è importante il vascello che si naviga: ciò che conta è la meta da raggiungere.
Degne di nota sono le ambientazioni, e in alcuni tratti anche la fotografia. Ottima la prova della Bobulova, assolutamente convincente e in grado di dimostrare grande professionalità e maturità artistica. Infine, un applauso anche ad Andrea Guerra e alle sue musiche: un filo conduttore speciale, una melodia di chopiniana memoria che ci accompagna dall'inizio alla fine del film e che resta dentro, che si porta a casa nel cuore assieme alle altre forti suggestioni del film di Ozpetek.
Bello.
