Un uomo può vivere prigionìe dettate da miriadi di fattori diversi. Può subire la reclusione comunemente intesa, quella all'interno di un carcere, imposta dal sistema giudiziario di una certa nazione. C'è poi la prigionia data da un matrimonio fallito, dai chili di troppo, dalla droga, da un lavoro insoddisfacente, da una vita frustrante... L'elemento comune a modalità così disparate di carcerazione è la causa, il fattore scatenante: un uomo sbaglia, e l'errore provoca il blocco, l'immobilità forzata, la morte della libertà.
Titta Di Girolamo ha commesso un errore, ha sbagliato. E noi lo incontriamo in un elegante albergo svizzero, tra raffinate signore, giovani e belle cameriere, ricchi uomini d'affari, giornali, sigari, sigarette (molte, troppe) e tappezzerie e arredi di ricercato stile liberty. Titta Di Girolamo è fermo, è immobile. Lo si scoprirà prigioniero di una situazione che lo isola e lo blocca da 10 anni. Titta Di Girolamo ha disimparato ad usare l'immaginazione, non sa sognare, non sa interessarsi alla vita perchè lui, di vita, non ne ha più.
Movimenti lenti, interminabili e densi silenzi tra una battuta e l'altra, domande a cui non si risponde (perchè le risposte non servono o, più probabilmente, non esistono), persone che scorrono attorno senza mai entrare dentro. E' ormai un automa Titta, sofisticato e quasi borioso, solo apparentemente per scelta, in realtà per costrizione.
Il film è qui. Tutto si concentra nel suo protagonista, parlano sguardi e silenzi, e le parole, quando arrivano, atterriscono, tolgono il fiato e impongono esclusiva riverenza.
Verso la metà della storia, che si dispiega capricciosa e sostenuta ai nostri occhi, facendosi desiderare, imponendoci quasi di supplicarla di farci capire meglio cosa sia successo a quest'uomo così enigmatico e impenetrabile, qualcosa si muove. Titta farà uso della sua volontà per alterare il proprio stato di cose, per dare una svolta alla propria vita, per scongelarla dall'immobilità che gli è stata imposta. Una volontà che altro non è che una delle tante conseguenze dell'amore.
Grandissima l'interpretazione di Toni Servillo, efficace e notevole la fotografia e l'uso della macchina da presa, che gira e rigira attorno al protagonista, esplorandolo da ogni angolo e rendendo in maniera esaustiva la difficoltà di capirlo, di entrare nel suo intimo. Ottima la musica, che in una pressochè totale assenza di qualsiasi tipo di stupido motivetto pop o d'atmosfera, diventa assoluta, nella continua alternanza tra il silenzio e l'utilizzo di coinvolgenti sottofondi elettronici strumentali, pulsanti e penetranti, all'insegna di un imperante minimalismo, un gusto per l'essenziale, per la musica ambient (in alcuni tratti mi ha ricordato lo stile di certe composizioni di Brian Eno) che diventa un punto di indiscutibile forza.
