Opera cinematografica di non facile lettura, rappresenta un caposaldo nella storia del cinema ma soprattutto della fotografia. Non esiste un filo narrativo, o meglio, non esiste affatto l'idea di narrazione: la telecamera e le sue infinite possibilità tecniche diventano protagonisti assoluti, tanto da rivendicare la loro superiorità rispetto all'occhio umano e ai tradizionali mezzi di rappresentazione. Lo scopo del regista non è dunque una riproduzione mimetica del reale, anzi: gli espedenti tecnici, i trucchi del mestiere, gli effetti speciali sono sfruttati al massimo,senza essere cammuffati o nascosti, fino alla loro totale esasperazione. Si può dire che ciò che viene rappresentato segue alcuni moduli "tematici" principali: il risveglio di una grande città russa (montato in parallelo al risveglio di una giovane donna, in un confronto serrato che diventa metafora in cui i due termini in gioco si mescolano inscindibilmente); l'esaltazione della cura del corpo tramite lo sport, in aperto contrasto con le mollezze fisiche di una borghesia opulenta e corrotta (cronologicamente ci troviamo in una Russia post-rivoluzionaria, non dimentichiamolo); la messa in rilievo del carattere avventuroso della vita del video-operatore, che spesso si espone a rischi anche mortali pur di ottenere punti di vista innovativi, inusuali, inesplorati (memorabile la sequenza in cui il cameraman -M. Kaufman- scava una buca tra i binari, vi si sdraia e riprende l'arrivo di un treno in corsa); l'esaltazione del mezzo cinametografico, forma d'arte superiore alle altre e strumento percettivo superiore (o perlomeno alternativo) alle capacità dell'occhio umano. In un susseguirsi di spettacolari quanto antirealistici fotomontaggi, si arriva all'affermazione (anzi, alla rappresentazione sullo schermo) della tesi principale dell'autore: la macchina da presa, ormai autonoma, si alza sul suo cavalletto e inizia a muoversi da sola, proclamandosi mezzo ormai del tutto autonomo dal controllo dell'uomo.
