A me i thriller piace leggerli. Non ho mai apprezzato più di tanto questo genere sullo schermo, ma devo dire che grazie a "The Village" ho potuto fortunatamente ricredermi. Avvincente la trama, ottima l'ambientazione, una fotografia molto valida, un uso dei contrasti cromatici attento e puntuale, attori che ben sanno fare il loro mestiere, atmosfera sonora azzeccata nella quasi totalità dei casi. Devo dire che questo film mi è proprio piaciuto. E poi i colpi di scena mai scontati, la suspence che resta viva per tutta la durata della pellicola, un racconto che non cade nel banale a metà del suo svelarsi ai nostri occhi...
E' abbastanza difficile parlare di questo film senza fare dell'inutile e dannoso spoiler. Non volendo rovinare la sorpresa a chi deve ancora vederlo, scriverò soltanto alcune considerazioni molto generali (chi non vuole rischiare in ogni caso si fermi qui). Uscita dalla sala cinematografica, oltre ad un discreto senso di compiacimento e di gradevole sorpresa (mi aspettavo tutt'altra cosa da come ne avevo sentito parlare), ho portato con me il filo conduttore per una riflessione: si parla di consapevolezza e illusione. Di certo non è questo il film da eleggere a simulacro se si vuole parlare di meta-realtà o di disvelamento di percezioni illusorie e mistificate del mondo reale (Matrix come esempio su tutti), ma di certo riesce a condurre a ragionamenti del tutto inerenti all'argomento. Qui è trattata soprattutto l'idea di stratificazione della consapevolezza: fino a che punto è giusto sapere? E anche, è meglio non sapere e vivere in una realtà costruita e gestita da altri o accettare la realtà per quella che è? Ovviamente ognuno può dare a questi quesiti la risposta che ritiene più consona alla propria sensibilità, di certo non ne esiste una assoluta e valida per tutti. E poi: è in diritto di chicchessìa travolgere la realtà e ricostruirne una (secondo il proprio insindacabile giudizio) per poi propinarla a persone del tutto inconsapevoli e quindi indifese? Infine, sarebbe giusto annullare il mondo in cui si vive, ricostruirne un altro in cui vivere per l'intera propria esistenza con l'unico scopo di non soffrire?La sofferenza è data dal contesto socio-culturale e ambientale in cui si è inseriti (volenti o nolenti) o è parte della nostra esistenza, della nostra condizione incontrovertibile di esseri umani? Sono questi molti degli interrogativi che rimangono insoluti; il regista lascia abbondante spazio alla riflessione personale e per questo non possiamo che ringraziarlo.
