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Naufragando nel magico mondo di Arte, Musica e Spettacolo

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Studentessa DAMS in fase di sfogo: impressioni e pippe varie su ciò che è bello in quanto bello e su ciò che è bello in quanto piace (a me, chiaro). Perchè di opinionisti su questa terra non sembra essercene mai abbastanza...

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martedì, 07 dicembre 2004

IL SERVO UNGHERESE, M. Piesco - G. Molteni, 2003

Devo ammettere che fin dall'adolescenza ho sempre provato un forte interesse per i film, i libri, le poesie e i documentari riguardanti la tragedia dell'Olocausto. Quando, per caso, mi è capitato di leggere la trama de "Il Servo Ungherese" ne sono rimasta letteralmente affascinata, se non altro per il fatto che raccontava la tragedia di un campo di sterminio vissuta da una fetta di umanità a me molto cara: gli artisti, nella fattispecie pittori e musicisti. Ma purtroppo la delusione è salita gradatamente in me al pari di quella celebre costruzione musicale denominata crescendo rossiniano. Se l'argomento e la trama su cui si basa il film sono di sicuro interessanti, assolutamente coinvolgenti e di alta levatura morale e sociale, la realizzazione pratica e tecnica del film fa acqua da tutte le parti. Al fatto che alcune situazioni siano davvero poco probabili (è difficile poter credere che in un campo di sterminio un servo così saccente possa sopravvivere tanto a lungo), si somma una pessima recitazione, quasi da dilettanti, un doppiaggio per nulla mimetico (gli attori si mangiano spesso le parole, le battute sono recitate quasi fossero lette a prima vista da un foglio, con il trasporto con cui si recitavano le poesie imparate a memoria alla scuola media...) e un montaggio spesso confusionario e discontinuo.
Appurato che non mi ha soddisfatta per nulla la realizzazione di quest'opera, vorrei spendere due righe sul filo conduttore di questo prodotto cinematografico. Arte e Shoah. Elevazione spirituale data dal lasciar fluire libero e incontrollato della propria espressività e cieca brutalità, insensato e inarrestabile dolore, annullamento della ragione e dello spirito di solidarietà umana. Creatività e distruzione. Questi due fuochi si scontrano, sono per natura due anime contrapposte e inconciliabili. Da una parte un'arte del '900 che mira al rinnovamento e all'esaltazione dell'essere umano e della propria interiorità e dall'altra un'istanza politica demagogica che tira indietro, che vuole fermare l'innovazione, che vuole stroncare la novità e che premia la razionalità ad ogni costo, spingendola al punto tale da annullare se stessa. Lo scontro tra queste due realtà, già in atto da tempo e arrivato negli anni '40 al suo culmine, alla sua definitiva esplosione in violenza cruda e disperata, produce una frattura che influenzerà inevitabilmente tutta la letteratura, l'arte, la musica e soprattutto la vita di quegli anni e di quelli a venire.
Guardando scorrere le immagini del film ho avuto ulteriore conferma di quanto di vero ci sia nel pensiero di Hannah Arendt, in particolare nella sua opera più conosciuta "La banalità del male" (1963). Quanto banali erano questi comandanti nazisti! La coppia presentata nel film, i coniugi Dailermann, potrebbero essere una qualunque delle famiglie di un'alta borghesia asportabile dal loro tempo e applicabile come modello ad ogni epoca. Ognuno dei due con i propri vizi, non riescono a sentirsi responsabili e a cercare di sovvertire l'odine malsano di cose di cui si fanno artefici. Nonostante arrivino in qualche misura a capire quanto orribile sia ciò che stanno facendo, non riescono a far nulla per fermarlo. Il controsenso si plasma in loro due, che, in parte, sono vittime del sistema di cui sono semplici funzionari. " I lager sono i laboratori dove si sperimenta la trasformazione della natura umana[...]. Finora la convinzione che tutto sia possibile sembra aver provato soltanto che tutto può essere distrutto. Ma nel loro sforzo di tradurla in pratica, i regimi totalitari hanno scoperto, senza saperlo, che ci sono crimini che gli uomini non possono né punire né perdonare. Quando l'impossibile è stato reso possibile, è diventato il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato coi malvagi motivi dell'interesse egoistico, dell'avidità, dell'invidia, del risentimento; e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l'amicizia perdonare, la legge punire. " (H. Arendt, "Le origini del totalitarismo").

postato da: myfavouritethings alle 09:45 | link | commenti (4)
categorie: cinema

Commenti
#1   07 Dicembre 2004 - 20:14
 
Grazie ;-))

Ti linko al prossimo agiornamento, più siamo meglio è.

Un saluto.

Rob.
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#2   08 Dicembre 2004 - 12:04
 
Ricambio la visita ed i complimenti! :)) ti ho linkato
ciao e a presto, kosmo
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#3   12 Dicembre 2004 - 03:05
 
ciao! mi hai lasciato un commento su un post vecchissimo (de palma), non so nemmeno come ho fatto a trovarlo (il caso).

beh, complimenti per il blog. hai già scoperto quanti siamo a parlare di cinema? passa a trovarmi quando vuoi. ciao
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#4   13 Dicembre 2004 - 11:31
 
Sì, una volta avevo un negozio di dischi .... ;) il negozio nn c'è più ma il vizio di ascoltare dischi m'è rimasto, ehehehe
ciao da kosmo
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