La sensazione che si prova fin dallo scorrere delle prime immagini di questo film è quella di trovarsi senza alcun dubbio di fronte ad un'opera d'arte. E questo precocissimo sentore trova piena conferma e realizzazione nello scorrere dei minuti, nello sviluppo di un filo affabulatorio (ma certamente non consequenziale) che si compone di sottili innesti magistralmente intessuti. Racconta di un uomo Fellini, tale Guido Anselmi (Marcello Mastroianni), che nella vita fa il regista, ma che della propria vita sembra aver perso completamente il controllo. E' in piena crisi Guido, attraversa un momento difficile su tutti i fronti, sia artistici che umani. Fellini ci dipinge proprio questo: scolpisce con linee morbide e dinamiche quello che sta passando il protagonista, ci sbalza continuamente tra la realtà vera, sensibile, quotidiana e il piano del sogno, dell'immaginazione, dell'inconscio, dei ricordi di un uomo fondamentalmente qualunque, di un quarantenne professionista e artista che però sotto sotto è rimasto ancora bambino, un po' serio e un po' burlone, indiscutibilmente dotato di forte fascino e carisma. Tema scottante sono le donne, e nel corso del film vengono snocciolate tutte quante quelle che hanno avuto, in un modo o nell'altro, una qualche importanza per Guido. A partire da sua madre, per passare alla moglie, all'amante del momento, a quelle del passato, alla Saraghina (mitica figura appartenente all'infanzia del regista -sia del personaggio che di Fellini stesso-, una poveraccia che si guadagnava qualche spicciolo ancheggiando a pagamento per i ragazzini del collegio), per passare poi alle tante attrici, alle tentatrici, alle ballerine, le puttane e le vicine, le zie, la nonna e la cugina. Ci sono proprio tutte, raccontate prima tramite i ricordi o i sogni e raccolte in seguito in un'unica oasi immaginativa, in un sogno in cui Guido costruisce il suo harem e immagina di poterle comandare tutte, brandendo tra le mani un'improbabile frusta da domatore.
Si racconta poi di religione, di politica, di spettacolo e di educazione. Tutto viene filtrato dalla lente interpretativa e imprescindibile della vita del protagonista, dai suoi occhi miscelati al filtro delle "cose vissute", in un continuo rimpallo incontrollato tra coscienza e momentanea assenza di essa.
Fellini gioca; gioca con noi, con i suoi personaggi, con la vita. Gioca con un mondo che non vuole mai mostrare definitivamente triste e deprimente, ci sorride sornione attraverso le immagini e le icone proposte, non ci fa mai perdere la speranza. L'impiccagione o il colpo di pistola non provocano la morte e l'esistenza,per quanto precaria e apparentemente priva di senso, non finisce in dramma. La vita è spettacolo, circo, risate e lacrime; il film termina con dei pagliacci che marciando suonano il famosissimo tema del film, mentre tutti i personaggi, reali e immaginari, sfilano in una giocosa passerella a girotondo tenendosi per mano. Una colonna sonora pregnante e indimenticabile, una fotografia ricca di significato, ben calibrata, allusiva ed estremamente ricca di valore estetico: se non è un capolavoro questo...
