Il grande Almodovar centra con questa pellicola l'ennesimo obiettivo. Intenso, imprevedibile e pulsante fino all'ultima scena. Così stratificato e complesso è di sicuro un film da rivedere per gustarsi con tranquillità il piacere dell'immagine e la raffinata arte dei rimandi e delle metafore che permea incessantemente tutto lo svolgersi dei fatti. Con i suoi virtuosismi narrativi il regista ci coinvolge fino all'osso in questa storia d'amore, di ricatti, di passioni perverse e di tristezze infinite. Di solitudini inguaribili e irrimediabili, di caratteri forti e determinati, di sogni infranti e di vite condotte su binari inaspettati ma mai così normali. L'omosessuale qui non è l'eccezione, la malattia, il reietto. L'omosessuale è una persona qualunque, che soffre in modo qualunque e vive una vita qualunque. Subisce torti e ingiustizie, si rialza e si vendica, ha dignità umana: è finalmente una persona come tante altre. E per questo ringraziamo Almodovar, per aver smesso di dipingere con pietismo e banalità la sessualità "altra" (e finalmente un film in cui non ci viene sbattuto in faccia il classico e, a parer mio, deleterio binomio omosessualità/AIDS).
Si parla di "cattiva educazione" dunque, e tale è quella presentata nella storia di Ignacio ed Enrique, ragazzi segnati per sempre da un'esperienza raccapricciante e quanto mai frequente nelle istituzioni educative religiose (e non), allora come adesso. Ci sarebbe da dire e da scrivere per ore sulla complessità di ogni singolo personaggio. Di come Enrique porti su di sè il peso di una ricerca della verità che non gli concederà sorrisi, che lo riporterà indietro nel tempo e gli svelerà i segreti di un amore mai sopito. Lui, regista, ha questa responsabilità ineludibile da sobbarcarsi: scoprire come sono andate davvero le cose e raccontarle con il cinema, che può diventare un mezzo educativo che arriva là dove Chiesa e famiglia hanno miseramente fallito. Non si può tacere sul personaggio di Angel/Juan/Zahara, poliedrico e subdolo come i suoi nomi che cambiano. E' un attore, e lo è nel vivere la sua stessa vita. Ripete continuamente di essere disposto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, ma questo eccesso di zelo si rivelerà solo alla fine come aspetto mostruoso e terrificante della sua personalità. E' davvero disposto a spingersi sempre più in là, senza limite, pur di realizzare gli scopi più o meno leciti e umanamente concepibili che si prefigge. Anche lui vittima di una "mala educación" (quella del "paese", della famiglia, dei mille pregiudizi del provincialismo postbellico) diventa artefice di un drammatico e squallido epilogo nelle vite intrecciate di personaggi limite distrutti da loro stessi, quali Ignacio e Padre Manolo. E Ignacio? Centro nevralgico del film, preferisco ricordarlo come il bimbo dalla voce bianca e le orecchie un po' in fuori, ingenuo, vittima ma ancora veramente vivo.
