Chissà qual è il trucco per girare un film così. E’ difficile immaginare la via per eludere il rischio elevatissimo (e nel quale sembrerebbe quasi scontato incappare) di cadere nel facile moralismo, nella banalità gretta e boriosetta della benevolenza a buon mercato, della precofenzionata apertura mentale da talkshow, autocompiaciuta e ostentatamente autoreferenziale. Sarebbe bello distillare la sensibilità che Ang Lee ha infuso in copiosa misura nel comporre la sua opera (già Leone d’Oro alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia) per poterla distribuire in gocce vitali anche in altri film che dipingono anime, sentimenti, che modellano personalità ed esigenze meravigliosamente umane che salgono dal profondo. L’omosessualità, certo. Ma fermarsi solamente a questo aspetto, e bollare questo film come la storia dei due cow-boy gay sarebbe un errore maledettamente pesante, una violenza perpetrata senza motivo ad un'opera che si scopre vivere di ben altro respiro. L'Amore, ecco di cosa parla questo film. Ma non un amore qualsiasi, un amore standardizzato e da focolare e pantofole che in qualche modo tutti ci auguriamo per noi stessi. Non l'amore della tranquillità e della dolcezza, l'amore da cui tornare la sera e con cui condividere gioie e dolori della quotidianità. No. Qui ci viene mostrato con coraggio e onestà l'AMORE, quello con tutte le lettere maiuscole. Quello che non accetta imposizioni, che non conosce barriere o pregiudizi. Che non guarda alla forma, ma vive, è plasmato di sostanza. L'amore cieco, l'amore folle e irrazionale, l'amore per il quale si va contro se stessi perchè è necessario, perchè è più forte della propria volontà, e ad esso ci si può solo arrendere. Per amare così ci vuol coraggio, ad un amore così si sacrifica l'intera propria esistenza.
Un film in crescere, con un esordio ruvido, che gratta sul piano delle reazioni del pubblico, che provoca, ma con assoluta semplicità. E poi il crescendo, improvviso e a tradimento della seconda parte. Un raccontare che si assottiglia, che lascia spazio delicatamente agli sguardi dei protagonisti, all'emergere della loro interiorità, regalandoci alcune delle costruzioni psicologiche più complete ed eleganti che si siano potute godere sugli schermi negli ultimi tempi.
Da vedere, per ricredersi e per emozionarsi fino alle lacrime.
La sensazione immediata, con l’apparire inaspettato e composto dei titoli di coda proprio quando non ce lo aspetteremmo, è quella di fastidio, e irritato disorientamento. La mancanza di senso, di motivazione che aleggia pericolosamente sul finire del film ha un sapore amaro, scomodo. Ma superato questo primo attonito momento, inizia il gorgoglio dei pensieri, la frenetica e incontrollabile attività di dipanamento della matassa, della ricerca di un messaggio nascosto, sotteso ma palpabile. Broken Flowers è un film fatto di silenzi e di mezzetinte languide e scivolose. Don, il protagonista, è un uomo vuoto, isolato e prigioniero di se stesso, dei suoi occhi inespressivi e persi in un mondo lontano, irraggiungibile. Don è un uomo che ha sbagliato, e se ne rende conto. Il carpe diem di oraziana memoria viene qui messo alla sbarra: fino a che punto è giusto cogliere l’attimo, viverlo fino in fondo senza pensare al domani? Don in questo ha senz’altro esagerato, circondandosi di tante, troppe bellissime donne e non riuscendo a trattenerne nessuna. La loro vita continua, anche senza di lui; le ex amanti che torna a visitare, alla ricerca di un senso alla vita nell’incontro con un ipotetico figlio ventenne mai conosciuto prima, gli rendono palese ed evidente che tutte hanno percorso la propria strada, alcune realizzandosi ed altre no, ma che lui per loro rappresenta ormai solo un ricordo lontano, sbiadito nell’ombra di un senso nuovo dato alla propria esistenza. E Don? Che senso è riuscito a dare alla propria? Nonostante la soddisfacente realizzazione professionale, i soldi, una bella casa e il susseguirsi annoiato di tante donne anonime quanto affascinanti, quel che Don possiede veramente è ben poco. E la macchina da presa di Jarmusch è spietata nel mostrarci questo, continuando a girare e rigirare attorno ad un uomo dallo sguardo spento, avvolto nel più totale e laconico silenzio. E mentre tace, e tenta svogliatamente di ritrovare una motivazione, anche i fiori sul suo camino appassiscono, inesorabili. Tutto si riduce ad una battuta, ad un condensato di filosofia che un Don stanco ci regala al termine del suo viaggio: il passato è passato, il futuro deve ancora venire; tutto ciò che abbiamo, e realmente esiste, è il presente, qui ed ora. Un invito a vivere questo presente riempiendolo di significati autentici, di affetti, di sogni e progetti.
Un film delicato, un film rosa confetto, un film di poche parole suggerite sottovoce, ma irrinunciabili una volta afferrate.