IN VIAGGIO SU mARTE

Naufragando nel magico mondo di Arte, Musica e Spettacolo

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Studentessa DAMS in fase di sfogo: impressioni e pippe varie su ciò che è bello in quanto bello e su ciò che è bello in quanto piace (a me, chiaro). Perchè di opinionisti su questa terra non sembra essercene mai abbastanza...

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domenica, 27 febbraio 2005

CUORE SACRO, F. Ozpetek, 2005

 E' un film intenso Cuore Sacro, un film che trasuda passione, che ti lascia sospeso, che ti prende e ti solleva da terra per condurti sempre più su, in elevazione, in ascesi mistica, e sempre più dentro, in autoanalisi, in profonda ricerca. I significati che reca con sè sono a tal punto importanti, a tal punto fondamentali che il film non li contiene, e ce li versa addosso, con enfasi, con generosità, con una precisa e serena convinzione di fondo. E' un film che colpisce, non c'è dubbio.
Non voglio scrivere nulla della storia, per due motivi: primo perchè l'ho trovata inconsistente, di poco spessore, mal strutturata. Alcuni personaggi sono realizzati pessimamente, poco approfonditi e appena appena abbozzati. Uno su tutti  la giovane Benny: uno dei protagonisti peggio riusciti che io abbia mai visto. Insomma, dal punto di vista del soggetto, la realizzazione fa un po' acqua da tutte le parti (cosa che non mi aspettavo da un Ozpetek ormai maturo). Da questo punto di vista il film mi ha davvero delusa. Secondo motivo per cui non mi va di parlare della storia è che essa è assolutamente inutile: quello che resta (e che DEVE - o dovrebbe - restare) di questa pellicola è l'emozione che produce, l'intensità di alcuni momenti, l'elevazione violenta e irrinunciabile in cui trascina lo spettatore. La parabola di avvicinamento a Dio tramite la carità e il donare se stessi agli altri è riuscitissima, è vera, è coinvolgente. Un film che fa dei primi piani e soprattutto dell'attenzione agli sguardi un suo punto di forza, trova negli occhi della protagonista la sua carta vincente: il ghiaccio che li raggela e li rende impenetrabili e crudeli all'inizio, si scioglie lentamente nel corso della proiezione, fino a diventare lacrime di consapevolezza, di gioia, di ritrovata umanità. Man mano che Irene si avvicina alla sua memoria, a se stessa, a Dio, agli altri e alla gioia di dare i suoi sguardi cambiano, il suo aspetto cambia. Non più trucco, abiti eleganti, tacchi e gioielli: ma lacrime, sangue, sorrisi e umana autenticità. Nel lungo e difficile cammino di redenzione assistiamo ad una reale perdita dell'attaccamento ai beni terreni e materiali che culmina con la sequenza finale, commovente, in cui Irene da tutto, tutto quello che ha a chi le sta intorno. Un percorso forse un po' troppo ricco di citazioni e icone della cristianità , tra cui una inconfondibile rivisitazione del celebre gruppo scultoreo della  Pietà di Michelangelo e alcune forzature un po' ardite della carità francescana nell'era dei consumi, in un cammino che a parer mio avrebbe dovuto rimanere super partes, che, come la madre di Irene, avrebbe dovuto abbracciare ogni religione. Perchè non è importante il vascello che si naviga: ciò che conta è la meta da raggiungere.

Degne di nota sono le ambientazioni, e in alcuni tratti anche la fotografia. Ottima la prova della Bobulova, assolutamente convincente e in grado di dimostrare grande professionalità e maturità artistica. Infine, un applauso anche ad Andrea Guerra e alle sue musiche: un filo conduttore speciale, una melodia di chopiniana memoria che ci accompagna dall'inizio alla fine del film e che resta dentro, che si porta a casa nel cuore assieme alle altre forti suggestioni del film di Ozpetek.
Bello.

postato da: myfavouritethings alle 11:42 | link | commenti (14)
categorie: cinema
venerdì, 25 febbraio 2005

LE CONSEGUENZE DELL'AMORE, P. Sorrentino, 2004

 Un uomo può vivere prigionìe dettate da miriadi di fattori diversi. Può subire la reclusione comunemente intesa, quella all'interno di un carcere, imposta dal sistema giudiziario di una certa nazione. C'è poi la prigionia data da un matrimonio fallito, dai chili di troppo, dalla droga, da un lavoro insoddisfacente, da una vita frustrante... L'elemento comune a modalità così disparate di carcerazione è la causa, il fattore scatenante: un uomo sbaglia, e l'errore provoca il blocco, l'immobilità forzata, la morte della libertà.
Titta Di Girolamo ha commesso un errore, ha sbagliato. E noi lo incontriamo in un elegante albergo svizzero, tra raffinate signore, giovani e belle cameriere, ricchi uomini d'affari, giornali, sigari, sigarette (molte, troppe) e tappezzerie e arredi di ricercato stile liberty. Titta Di Girolamo è fermo, è immobile. Lo si scoprirà prigioniero di una situazione che lo isola e lo blocca da 10 anni. Titta Di Girolamo ha disimparato ad usare l'immaginazione, non sa sognare, non sa interessarsi alla vita perchè lui, di vita, non ne ha più.
Movimenti lenti, interminabili e densi silenzi tra una battuta e l'altra, domande a cui non si risponde (perchè le risposte non servono o, più probabilmente, non esistono), persone che scorrono attorno senza mai entrare dentro. E' ormai un automa Titta, sofisticato e quasi borioso, solo apparentemente per scelta, in realtà per costrizione.
Il film è qui. Tutto si concentra nel suo protagonista, parlano sguardi e silenzi, e le parole, quando arrivano, atterriscono, tolgono il fiato e impongono esclusiva riverenza.
Verso la metà della storia, che si dispiega capricciosa e sostenuta ai nostri occhi, facendosi desiderare, imponendoci quasi di supplicarla di farci capire meglio cosa sia successo a quest'uomo così enigmatico e impenetrabile, qualcosa si muove. Titta farà uso della sua volontà per alterare il proprio stato di cose, per dare una svolta alla propria vita, per scongelarla dall'immobilità che gli è stata imposta. Una volontà che altro non è che una delle tante conseguenze dell'amore.

Grandissima l'interpretazione di Toni Servillo, efficace e notevole la fotografia e l'uso della macchina da presa, che gira e rigira attorno al protagonista, esplorandolo da ogni angolo e rendendo in maniera esaustiva la difficoltà di capirlo, di entrare nel suo intimo. Ottima la musica, che in una pressochè totale assenza di qualsiasi tipo di stupido motivetto pop o d'atmosfera, diventa assoluta, nella continua alternanza tra il silenzio e l'utilizzo di coinvolgenti sottofondi elettronici strumentali, pulsanti e penetranti, all'insegna di un imperante minimalismo, un gusto per l'essenziale, per la musica ambient (in alcuni tratti mi ha ricordato lo stile di certe composizioni di Brian Eno) che diventa un punto di indiscutibile forza.

postato da: myfavouritethings alle 12:56 | link | commenti (4)
categorie: cinema
martedì, 15 febbraio 2005

VALENTIN, A. Agresti, 2002

Impossibile non sorridere e non provare un moto di simpatia di fronte ad un bambino di 9 anni con la parlantina sciolta, i capelli a caschetto e qualche problema di "angolatura" della vista...
Agresti ci dipinge uno scorcio della sua biografia, affidando al giovane Valentin/Rodrigo Noya il compito di interpretare il regista argentino negli anni dell'infanzia (c'è da dire che il baby-attore dimostra di possedere un notevole talento). Una nonna un tempo forte ma ora depressa e malata come unica persona con cui vivere, un padre assente e troppo dedito a cambiare di continuo fidanzata (ma molto probabilmente sono le donne che lo piantano dopo aver scoperto la sua natura burbera, violenta e pecorona), una madre che lo ha abbandonato all'età di tre anni e un vicino di casa bohemien e perdigiorno (ma che rivelerà in seguito ben altra natura) costituiscono il mondo di adulti in cui vive Valentin, bambino chiacchierone (a volte davvero, davvero troppo) con il sogno di un futuro da astronauta e con una realtà che lo costringe a crescere in fretta, ad affrontare alcuni grandi drammi della vita (abbandono, perdita e incomprensione) che lo convincono sempre più che il mondo degli adulti è strano, privo di senso, per cui è meglio risolvere da sè i problemi, e agire in prima persona per procacciarsi la tranquillità di ogni giorno e la speranza di una felicità per il domani.
Tutto questo è trattato con estremo brio e leggerezza, ottenendo come risultato una narrazione che scorre tranquilla e pacata per tutti gli 86 minuti di durata del film. Inizialmente strutturato come un giustapporsi di piccole icone, di quadretti della più schietta quotidianità di una qualunque città argentina (ma anche non) degli anni '60, il film cambia gradualmente tiro, e il tono si fa più drammatico verso la metà della proiezione, quando i fatti cominciano a farsi più contingenti e legati ad un'unica catena di eventi, che riesce a far assumere al film la parvenza di una storia, perdendo la fisionomia della collana di singoli sguardi, di episodi slegati.
Assolutamente fallimentari e inconcludenti i rarissimi richiami alla situazione politica dell'epoca, abbozzati senza reale convinzione e del tutto inutili se presentati in questa veste, considerando oltretutto che si sarebbero potuti tranquillamente evitare visto l'argomento del film.

postato da: myfavouritethings alle 14:51 | link | commenti (6)
categorie: cinema
lunedì, 14 febbraio 2005

Nuovo Look...

 ...sperando di dare meno fastidio agli occhi di tutti! ^^

postato da: myfavouritethings alle 19:02 | link | commenti (1)
categorie:
sabato, 12 febbraio 2005

FERRO 3 - LA CASA VUOTA, Kim Ki-duk, 2004

 

 

 

postato da: myfavouritethings alle 10:58 | link | commenti (4)
categorie: cinema
venerdì, 11 febbraio 2005

YUKIO MISHIMA - Musica

 
Questo libro non mi ha lasciato scampo. Il suo incantesimo, il suo magnetismo si è articolato in due fasi ben distinte: la prima si è verificata quando, tra pile e pile di altri volumi mi ha colpito letalmente per il suo titolo. Essenziale, semplice, personalmente irresistibile. L'ho afferrato dal mucchio con deferenza ma anche con una certa determinazione. Ho osservato con interesse l'illustrazione delicata in copertina e mi sono affrettata a sbirciare dietro, per cercare di capire dalle brevi note sul retro di cosa parlasse. E qui inizia la seconda parte della magia: scopro, con una certa sorpresa, che la musica qui altro non è che una metafora, una figurazione sofisticata ma ricca di significato e di fascino, oltre che estremamente efficace e realistica. La Musica è Piacere; anzi, è proprio IL Piacere, inteso in senso straordinariamente fisico. E così l'atto di provare godimento nell'ascoltare della musica diventa maschera per descrivere l'atto di provare godimento nell'ascoltare il canto del proprio corpo nel momento culmine del rapporto sessuale: la travolgente e sublime melodia dell'orgasmo.
La vicenda, che si struttura come il resoconto puntuale e dettagliato di uno psicanalista che racconta un caso che gli è capitato di curare, quello della signorina Yumikawa Reiko, incapace di sentire la "Musica", si articola in maniera compatta e avvincente, attraverso capitoli brevi ma incalzanti costituiti da appunti, stralci di conversazioni, lettere, telefonate e descrizioni di eventi. In una cieca discesa verso gli abissi dell'animo, il dottor Shiomi Kazunori si troverà ad affrontare uno dei casi più interessanti e travolgenti della sua carriera; il tortuoso cammino attraverso l'animo malato e sofferente dell'affascinante e misteriosa ragazza giapponese porterà il dottore e, di conseguenza, tutti noi lettori a scoprire quanto sia complesso il rapporto umano con i propri sentimenti più nascosti, quanto dolore possa provocare una violenza che da fisica si trasforma in psicologica, e infine quanto sia vero che "nel mondo del sesso non c'è un'unica felicità per tutti".

Un libro da consigliare, sia per la preziosità dei contenuti sia per la semplicità e l'eleganza con cui vengono trattati.

postato da: myfavouritethings alle 14:09 | link | commenti
categorie: letture
martedì, 08 febbraio 2005

NEVERLAND - UN SOGNO PER LA VITA, M. Forster, 2004

Raccontare una storia non è di certo cosa facile. Se la storia in questione poi narra la genesi di un'altra storia le cose sembrano essere ancora più complicate. Se, infine, la storia di cui si racconta la nascita è una favola tra le più raccontate, rielaborate, rappresentate, ammirate e sognate in tutto il mondo ci si può rendere tranquillamente conto di quanto le attese del pubblico siano elevate e, di contro, di quale peso sia la responsabilità di chi si sobbarca il carico di realizzare un così ambizioso ma geniale progetto.
Forster ci prova, e grazie ad un cast d'eccezione e ad un uso sapiente di effetti speciali e musica sembra riuscirci. Genera una nuova favola, ispirata a fatti realmente accaduti, in cui i protagonisti non sono più fatine, pirati, indiani e bimbi sperduti ma persone reali che con le loro azioni, con l'intrecciarsi delle loro esistenze danno vita alla favola che costituisce il cuore del film, "Peter Pan". Eccoci quindi davanti agli occhi James Barrie, autore del celebre romanzo, interpretato per l'occasione da un impeccabile Johnny Depp, alle prese con la creazione di un capolavoro che, pur essendo fine ultimo di tutta l'azione drammatica, si rivela essere un falso protagonista. Qui ad importare veramente, a commuovere e ad essere narrata è la storia di una straordinaria amicizia, e di quanto sia bello mantenere viva in sè la capacità di sognare che hanno i bambini.
Ben ricreati i momenti di sogno, di gioco e di immaginazione, efficaci e ben realizzati i fondali immaginari, coinvolgenti (per chi abbia la volontà di lasciarsi trascinare nel sogno) i continui passaggi tra la realtà umana che vivono i personaggi e quella della loro (e nostra?) immaginazione. Queste metamorfosi del visivo, questi fluidi passaggi tra vari strati di finzione (quella del film vista da noi e quella dell'immaginazione, della fantasia vista dai personaggi del film) sono a parer mio la parte più interessante e creativa dell'opera di Forster, che nel sistema a scatole cinesi di creazione di mondi fantastici si inserisce in una linea ideale che congiunge lui a Barrie e Barrie al bambino volante protagonista della sua storia.

postato da: myfavouritethings alle 15:04 | link | commenti (5)
categorie: cinema