IN VIAGGIO SU mARTE

Naufragando nel magico mondo di Arte, Musica e Spettacolo

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Studentessa DAMS in fase di sfogo: impressioni e pippe varie su ciò che è bello in quanto bello e su ciò che è bello in quanto piace (a me, chiaro). Perchè di opinionisti su questa terra non sembra essercene mai abbastanza...

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sabato, 29 gennaio 2005

A MIA MADRE PIACCIONO LE DONNE, I. Parìs e D. Fejerman, 2001

Se pensate che questo sia un film che tratti come soggetto principale il tema dell'omosessualità, uscite dalla sala cinematografica, cambiate canale, estraete il dvd o scaricate qualcos'altro... Perchè qui, il fatto che alla madre di qualcuno possano piacere le donne è solo un pretesto malizioso per parlare d'altro.
Al centro di tutto il racconto infatti non c'è l'oggetto ma bensì il referente della fortunata frase che da titolo al film: Elvira, secondogenita delle tre figlie nate dal matrimonio fallito tra una pianista di successo e un non meglio definito intellettualoide accondiscendente, scialbo e insapore (una specie di babbonatale in borghese, scolorito e triste), si trova vittima di un modo di essere e di una situazione personale e familiare che, sebbene portata in alcuni punti all'eccesso, non può che suscitare simpatia e compassionevole comprensione in chi segue le sue avventure. Tutto questo, all'insegna del sorriso e dell' eleganza di una commedia mai volgare o banalizzata (se non nel finale, che delude abbastanza, una volta che ci si era abituati al tono e al carattere generale del film. Quasi buttato lì, è frettoloso e stupidotto).
Elvira, nevrotica ragazzotta di belle sperenze, molti sogni e zero coraggio ed autostima, trova compimento alla sua insicurezza nella scoperta, durante la festa di compleanno di mamma, dell'omosessualità di quest'ultima, innamorata e convivente con una giovane e talentosa pianista Ceca. E, come se non bastasse, mamma ha pure elargito tutti i suoi risparmi alla bella musicista per pagarle gli studi. Mentre per le sue due sorelle il fatto diventa diventa inacettabile in termini puramente di apparenza e di convenienza (per Jimena) e di soldi (per Sol), per Elvira questa "tragica" scoperta scatena una reazione incontrollata di ansie e frustrazioni che vanno a minare il già precario equilibrio emotivo della ragazza. Aspirante scrittrice incapace di osare e proporsi a qualche editore, è avvolta dalle maglie insidiose e desolanti di una vita condotta tra un lavoro sottopagato e deludente, uno psicologo sporcaccione e, adesso, una madre che rinnega la propria eterosessualità, facendo nascere tempestose paranoie nella mente della figlia "troppo sensibile".
Ma pian piano Elvira ci mostrerà che anche il più "strampalato" degli esseri umani, anche la persona apparentemente più debole e incapace può trovare dentro di sè la forza per affrontare i propri fantasmi e prendere con decisione in mano le redini della propria vita. E che non mi si venga a dire che sia stato in parte merito di quel fantoccio di Miguel: personaggio pessimamente costruito, è un ricettacolo di stereotipi e di banalità. Principe azzurro buono e gentile della situazione, sfoggia continui sorrisi da bambolotto mancato,  totalmente privo di verosimiglianza e incapace di convincere chicchessia.

L'avevo detto, no, che non è un film sull'omosessualità?

postato da: myfavouritethings alle 12:53 | link | commenti (6)
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domenica, 23 gennaio 2005

TU LA CONOSCI CLAUDIA?, M. Venier, 2004

A dir la verità lo presagivo nell'aria. Per questo ho aspettato tanto prima di recarmi al cinema a vedere l'ultima fatica cinematografica del trio comico più amato d'Italia. Beh, non che ci volesse molto ad immaginarlo, ma purtroppo sono uscita dalla sala con stampato sulle labbra un sorriso smozzicato che tanto odorava di poca convinzione, che tanto aveva, nell'apparenza e nella sostanza, della pallida ombra di una grassa risata terminata già da un bel po'. Probabilmente qualche anno.
Attenzione, non voglio essere fraintesa: il film è piacevole e divertente, con momenti di comicità uniti a pennellate di umanità condivisa e condivisibile. Ma tutto questo manca di mordente.
Una storia comune (mi verrebbe da dire banale), inserita in un contesto comune (una Milano persa tra taxi, navigli, fastfood, palestre, uffici, traffico, psicanalisti e miniappartamenti piccoloborghesi), interpretata da personaggi che vogliono a tutti i costi essere ancora più comuni. Ma tutto questo non sarebbe nulla, se ci fosse il mordente. Quello che, a mio modesto avviso, più nuoce al film è la standardizzazione delle gag, delle macchiette, di una comicità che sembra sempre ritornare su modelli visti e rivisti. Non che non faccia ridere. Fa solo un po' meno ridere.
Anche i tipi sembrano ormai sulla via della pietrificazione, in un progressivo e apparentemente inarrestabile processo di fossilizzazione delle parti che, seppur infondendo una certa sicurezza e una pacata tranquillità a chi teme i cambiamenti bruschi, iniziano ad essere un po' troppo prevedibili e noiose per quella fetta di umanità che crede che la bellezza della comicità stia soprattutto nell'incessante capacità di stupire e sconvolgere il pubblico con numeri e personaggi innovativi e inaspettati.
Un altro appunto che non posso mancare di fare è a proposito della protagonista femminile: una Cortellesi che, nonostante le prove televisive convincenti, resta sempre un po' in sordina, con la manopola "anch'iosofarridere,etanto" costantemente in posizione low. Nonostante sia il centro gravitazionale del film, non riesce mai ad imporsi sul personaggio Aldogiovanniegiacomo che regna sovrano per tutta la durata della pellicola. Anche lei costretta a subire il processo di congelamento delle parti che coinvolge anche i tre comici (e, assieme a loro, anche i processi, gli eventi e i meccanismi che soggiaciono al processo narrativo), si ritrova relegata ad una funzione (in passato toccata alla Massironi) ormai archetipica: la donna-pretesto, attorno a cui girano le avventure di tre uomini, generalmente amici, o che lo stanno diventando.  
Inutile dire che questa prova cinematografica non mi ha convinta più di tanto: è stato come assaggiare una di quelle gommose pizze surgelate, illudendosi - più o meno consapevolmente - fino all'ultimo che possano in qualche modo essere gustose almeno la metà di quanto sembrano dalla foto stampata sulla confezione.

postato da: myfavouritethings alle 22:53 | link | commenti (5)
categorie: cinema
mercoledì, 05 gennaio 2005

WHO IS IT, Bjork, da "Medulla" (2004)

Che la cantante islandese fosse un meccanismo anomalo, un componente impazzito del music business internazionale lo si sapeva da sempre. Che fosse anche un'artista in piena regola, con uno stile del tutto personale e inconfondibile, capace di toccare vette di alto lirismo ed irraggiungibile espressività era fuori dubbio. Ma lei, Bjork, riesce sempre a lasciare a bocca aperta, a stupire, a colpire duro con la sua musica, con la sua arte.
"Who is it", punta di diamante dell'album Medulla, viene concepito in realtà circa quattro anni prima del'uscita del disco, durante la preparazione dell'album Vespertine. Non ritenuto adatto al clima e allo stile di quell'album, il pezzo subisce una lunga gestazione che lo porterà, dopo varie metamorfosi, a diventare quale lo conosciamo noi tutti oggi.
Ad un inizio a voce sola della cantante (beh, sola per modo di dire visto che costruisce pulitissime e diafane polifonie di voce femminile che sostituiscono in tutto e per tutto gli accordi di un qualsiasi strumento meccanico o elettronico), segue una sezione strofica in cui la voce solista di Bjork è accompagnata da un'armonia di voci corale (spesso sintetizzate, manipolate, utilizzate appunto con la stessa tecnica con cui molti altri gruppi accompagnano il cantante con chitarre, bassi, tastiere ecc.) e l'irresistibile maestria dello human beat-box Rahzel il quale riproduce fedelmente l'accompagnamento ritmico di una batteria. Trionfo delle voci quindi: voce per cantare, voce per accompagnare, voce per riempire e voce per scandire il tempo. Un modello analogo, anche se diametralmente opposto (ovviamente) nello stile e negli intenti, a quello della tradizione di molti culti e di molte religioni (Canto Gregoriano, tradizione Buddista ecc.). Nel canto religioso di alcune culture la voce era considerata l'unico mezzo degno di cantare le lodi alla propria divinità: gli strumenti meccanici erano ritenuti legati al maligno, in quanto frutto dell'ingegno umano e non dell'opera di Dio. La voce è quindi qualcosa di sacro, e lo è anche per Bjork, seppur con motivazioni estremamente diverse. Costruire non solo un pezzo, ma un intero album con l'assoluto predominio della voce e poi lanciarlo sul mercato quale prodotto totalmente commerciale e commercializzabile diventa quindi una scelta coraggiosa, ardita, caratterizzante e (a parer mio) altamente qualificante. Ovviamente non è nelle possibilità di tutti fare una cosa del genere: Bjork la voce ce l'ha, e la sa usare molto bene. In un'epoca in cui viene premiata la capacità di saper armeggiare con più o meno abilità un qualsiasi mezzo elettronico/multimediale/mediatico, scegliere di usare la voce, di usare appieno gli strumenti offerti dalla natura tramite il nostro corpo, diventa una scelta ideologica ed estetica molto forte. Centrare poi l'obiettivo e vendere milioni di copie del disco in tutto il mondo diventa un pieno successo, nella dichiarazione solenne di uno status di artista riconosciuto ed acclamato. Sì perchè Bjork è così: riesce a rendere accessibile a tutti quello che viene convenzionalmente riconosciuto un piatto succulento per pochi. Nonostante questo, qualcosa di commerciale e vendibile lo deve pur mantenere, e lei fa l'unica concessione alla "tradizione" del pezzo da classifica utilizzando una struttura strofica e ripetitiva del testo, fornita di un ritornello cantabile (canticchiabile?), chiave del successo di tutto il genere della canzonetta e del genere pop. Il resto è totale innovazione, rivelazione, arte.
A tutto questo si aggiungono poi le immagini di un video, per la regia di Dawn Shadforth, che si legano inscindibilmente al pezzo musicale. In una landa desolata dominata da mezze tinte (o, forse, dall'assenza di tinte), identificabile con un deserto o magari con il suolo di un'altro pianeta, agisce, canta e danza una Bjork vestita di campanelli, circondata da due docilissimi cani (Pain e Joy) e da una schiera di altri personaggi, vesiti in maniera simile a lei, che non riescono a fornire informazioni, ma che ci lasciano ancor più a bocca asciutta. E' il trionfo del minimalismo: minimalismo scenografico, minimalismo di significati, minimalismo (annullamento forse sarebbe più corretto) di calore, di luce, di senso. L'atmosfera è congelata, per lasciare spazio alla musica, alle voci, e al dominio di Bjork, ormai divenuta essa stessa un vero e proprio oggetto d'arte.
Bjork è così: o la odi o la ami.

postato da: myfavouritethings alle 14:57 | link | commenti (11)
categorie: musica
domenica, 02 gennaio 2005

LA STORIA INFINITA , W. Petersen, 1984

Un autentico tuffo nel passato, senza ombra di dubbio. Per questo mi risulta difficile parlare di un film a cui sono legata fin dalla primissima infanzia. Sotto le recenti feste di Natale non ho potuto resistere alla tentazione di acquistare l'edizione dvd di uno dei film che più hanno segnato la mia fanciullezza (l'altro era "I Goonies", uscito un anno dopo il film in oggetto). Rivederlo mi ha fatto davvero molto piacere, per qualche attimo sono riuscita addirittura a rivivere qualche briciolo della spensieratezza che tanto invidio ai bimbi. Sembrerà banale a più di qualcuno, ma ci tengo a dirlo comunque: vederlo da "adulti" è tutta un'altra cosa. Questa diversità di visione si può apprezzare su molteplici fronti: innanzi tutto, da bambina avevo capito molto poco di cosa parlava e qual era il messaggio portante del film. Ridevo a crepapelle guardando l'omino sulla lumaca da corsa, rimanevo affascinata da Atreiu (porca miseria, quel ragazzino avrà sì e no 12 anni!), avevo un certo timore di Mordipietra e ammiravo con incanto la bellezza dell' Imperatrice. Beh, e poi, come tutti i bambini, sognavo ovviamente di cavalcare Falcor e di possedere un fortunadrago personale, magari da trovare come regalo sotto l'albero di Natale... Tutte queste emozioni le ho rivissute in sordina in un pomeriggio di dicembre di circa 20 anni dopo, capendo che il significato che gli autori volevano veicolare tramite la pellicola è esattamente quello che un adulto riesce a comprendere e un bambino a vivere guardando il film. Tutta la storia è una metafora sull'importanza dei sogni, sulla bellezza della letteratura, unico mezzo davvero in grado di stimolare la fantasia del genere umano (anche se raccontando tutto questo con un film si ottengono comunque risultati molto soddisfacenti!), sulla necessità di speranze e di desideri per essere davvero felici. Il Nulla, visto con quasi 20 anni di esperienza in più sulle spalle, fa ancora più paura che da bambini, posso giurarlo.
Tralasciando ogni considerazione tecnica sul film (oltre ad essere completamente fuori luogo sarebbe soprattutto superflua, visto che ci troviamo di fronte ad un genere che ha visto in un passato recentissimo i suoi più alti trionfi sul piano della mimesi degli effetti speciali e della realizzazione scenica -vd. la saga de "Il Signore degli Anelli"-), posso dire che questo è un film che, pur appartenendo cronologicamente alla mia generazione, non ha età, e che porta in sè un significato dal valore assoluto e incontrovertibile. Consiglio caldamente a chi ne avesse voglia di rivederlo, magari in compagnia dei propri figli (ovviamente se possibile!).

postato da: myfavouritethings alle 18:37 | link | commenti (5)
categorie: cinema