IN VIAGGIO SU mARTE

Naufragando nel magico mondo di Arte, Musica e Spettacolo

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Studentessa DAMS in fase di sfogo: impressioni e pippe varie su ciò che è bello in quanto bello e su ciò che è bello in quanto piace (a me, chiaro). Perchè di opinionisti su questa terra non sembra essercene mai abbastanza...

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domenica, 28 novembre 2004

8 1/2 , F. Fellini, 1963

La sensazione che si prova fin dallo scorrere delle prime immagini di questo film è quella di trovarsi senza alcun dubbio di fronte ad un'opera d'arte. E questo precocissimo sentore trova piena conferma e realizzazione nello scorrere dei minuti, nello sviluppo di un filo affabulatorio (ma certamente non consequenziale) che si compone di sottili innesti magistralmente intessuti. Racconta di un uomo Fellini, tale Guido Anselmi (Marcello Mastroianni), che nella vita fa il regista, ma che della propria vita sembra aver perso completamente il controllo. E' in piena crisi Guido, attraversa un momento difficile su tutti i fronti, sia artistici che umani. Fellini ci dipinge proprio questo: scolpisce con linee morbide e dinamiche quello che sta passando il protagonista, ci sbalza continuamente tra la realtà vera, sensibile, quotidiana e il piano del sogno, dell'immaginazione, dell'inconscio, dei ricordi di un uomo fondamentalmente qualunque, di un quarantenne professionista e artista che però sotto sotto è rimasto ancora bambino, un po' serio e un po' burlone, indiscutibilmente dotato di forte fascino e carisma. Tema scottante sono le donne, e nel corso del film vengono snocciolate tutte quante quelle che hanno avuto, in un modo o nell'altro, una qualche importanza per Guido. A partire da sua madre, per passare alla moglie, all'amante del momento, a quelle del passato, alla Saraghina (mitica figura appartenente all'infanzia del regista -sia del personaggio che di Fellini stesso-, una poveraccia che si guadagnava qualche spicciolo ancheggiando a pagamento per i ragazzini del collegio), per passare poi alle tante attrici, alle tentatrici, alle ballerine, le puttane e le vicine, le zie, la nonna e la cugina. Ci sono proprio tutte, raccontate prima tramite i ricordi o i sogni e raccolte in seguito in un'unica oasi immaginativa, in un sogno in cui Guido costruisce il suo harem e immagina di poterle comandare tutte, brandendo tra le mani un'improbabile frusta da domatore.
Si racconta poi di religione, di politica, di spettacolo e di educazione. Tutto viene filtrato dalla lente interpretativa e imprescindibile della vita del protagonista, dai suoi occhi miscelati al filtro delle "cose vissute", in un continuo rimpallo incontrollato tra coscienza e momentanea assenza di essa.
Fellini gioca; gioca con noi, con i suoi personaggi, con la vita. Gioca con un mondo che non vuole mai mostrare definitivamente triste e deprimente, ci sorride sornione attraverso le immagini e le icone proposte, non ci fa mai perdere la speranza. L'impiccagione o il colpo di pistola non provocano la morte e l'esistenza,per quanto precaria e apparentemente priva di senso, non finisce in dramma. La vita è spettacolo, circo, risate e lacrime; il film termina con dei pagliacci che marciando suonano il famosissimo tema del film, mentre tutti i personaggi, reali e immaginari, sfilano in una giocosa passerella a girotondo tenendosi per mano. Una colonna sonora pregnante e indimenticabile, una fotografia ricca di significato, ben calibrata, allusiva ed estremamente ricca di valore estetico: se non è un capolavoro questo...

postato da: myfavouritethings alle 18:28 | link | commenti (4)
categorie: cinema
martedì, 23 novembre 2004

LES CHORISTES - I RAGAZZI DEL CORO, C. Barratier, 2004

Sul lunghissimo flashback di un celebre ed affermato musicista e direttore d'orchestra, Pierre Morhange, è basato l'intreccio che Barratier va pian piano sciogliendo. Corre l'anno 1949 e Clément Mathieu, nuovo sorvegliante di un istituto maschile di rieducazione gestito da un direttore dai metodi estremamente violenti e antididattici, è in realtà un musicista in declino, anzi, uno che con la musica non è mai riuscito (o non ha mai voluto) sfondare. Il suo unico tesoro è una cartella in cuoio che tiene stretta sotto il braccio e che contiene i fossili scarni e sparuti della sua arte compositiva. Quando arriva in questo luogo dimenticato da Dio, in questo scantinato del mondo che è "Le Fond de l'Etang" ("Il Fondo dello Stagno", nome dalle evidenti caratterizzazioni allusive) trova davanti a sè una sfida. Ma anche un appiglio, un motivo per dar voce alle sue profonde e malcelate aspirazioni umanitarie. Capisce che quei "ragazzi difficili" hanno solo bisogno di qualcuno che li ascolti (dove il termine ascoltare rifulge in tutte le sue valenze), di superare la cortina di ferro imposta dal principio azione-reazione su cui si basa la dura legge dell'istituto. Sono semplicemente dei bambini, che hanno bisogno di esprimersi e di confrontarsi con qualcosa di diverso dalla violenza e dalla severità. E Mathieu capisce che quest'Angelo della Provvidenza, che quest'ancora di salvezza è rappresentata per i ragazzi dalla musica. Beh, ovviamente anche lui ne ha il suo bel tornaconto se si considera che è solo grazie all'entusiasmo che ritrova in quest'esperienza che riprenderà in mano carta, calamaio e bacchetta e ritornerà su quegli ingialliti fogli pentagrammati che aveva rinchiuso in un cassetto. Dà vita ad uno splendido coro di voci bianche in cui tutti, anche i più piccoli o più stonati hanno il loro ruolo, dove nessuno è escluso o considerato inferiore o inadatto. E' un messaggio di speranza, senza dubbio. La musica si rinconferma indiscussa aggregatrice, catalizzatrice instancabile ed inesauribile dell'umanità. Il contrasto è forte: i ragazzini sporchi e trasandati che fino ad un attimo prima sono visti come potenziali delinquenti e reietti della società, producono ora armonie gioiose e celestiali, accordi sublimi e catartici che toccano il profondo dell'animo. E' un film sulle opportunità: grazie al fortunato incontro tra i ragazzi e il loro sorvegliante,la vita di molti di loro cambierà, basti pensare a Pierre Morhange, Pépinot e Mathieu stesso. Nonostante il film sia girato in maniera lineare e senza tracce di virtuosismi registici, sebbene la storia sia semplice e ricca di richiami ad una lunga ed interminabile iconografia sul genere (basti pensare ai mille Oliver Twist o a Gianburrasca, ma anche al recentissimo film di Almodovar, La mala educación per averne abbastanza di storie su orfanelli e istituti educativi), il lavoro di Barratier risulta in ogni caso gradevole (in primis per una colonna sonora di tutto rispetto - tra l'altro curata proprio dal regista stesso -) e senza tempo, portando con sè significati e messaggi che non smetteranno mai di essere raccontati. 

postato da: myfavouritethings alle 20:01 | link | commenti (1)
categorie: cinema
martedì, 16 novembre 2004

IL SEGRETO DI VERA DRAKE, M. Leigh, 2004

Un film deprimente. Non è di certo deprimente nel senso spregiativo comunemente usato ma è senza dubbio deprimente nell'accezione più specifica del termine che indica qualcuno o qualcosa in grado di indebolire moralmente il prossimo, che provoca sugli altri avvilimento e tristezza. Sì perchè è giusto questo quello che ho provato appena fuori dalla sala cinematografica: un profondo senso di mestizia, alimentato dalla consapevolezza che quello che Leigh ci racconta e ci mostra è del tutto vero. Uno spaccato perfetto della vita degli anni '50, la descrizione realistica (e quasi documentaristica) di una pratica tanto pericolosa quanto diffusa: l'aborto clandestino. Un punto di partenza piccolo piccolo, una storia personale come mille altre su cui si apre un dilemma che ci obbliga, quasi, a prendere posizione nei confronti di questa donna, a giudicarla: colpevole o innocente? Mostro o vittima? Uno spunto profondo che ci induce a ragionare su una tematica più vasta e quanto mai attuale quale quella della legittimità o meno dell'interruzione di gravidanza. Ma non è questo quello che ho davvero apprezzato del film.
Degna di nota è la capacità del regista di circoscrivere e offrirci una tipizzazione asciutta e senza sbavature di uno standard diffusissimo di donna/madre/casalinga. La protagonista è Vera Drake, ma è contemporaneamente centinaia, migliaia di donne diverse messe insieme. La cinquantenne dalle poche risorse economiche, con marito, figli, genitori anziani e volontariato sulle spalle. Un'attività continua, che non termina dopo otto ore timbrando un cartellino ma che diventa modus vivendi, un calco su cui è improntata l'intera esistenza, un ruolo ma anche una scelta, impegnativa, a volte massacrante ma ricca di soddisfazioni. E lo si vede dall'entusiasmo con cui Vera affronta ogni giorno i suoi impegni, per aiutare il più possibile chi la circonda ma anche per aiutare se stessa; ecco allora che tutto il mondo in cui vive si tinge di verde, come verdi sono i suoi occhi.
Nel mostrarci una particolare condizione femminile, un modo tra tanti di essere donna, Leigh è stato un maestro. Nel condurci nel cuore di Vera Drake, di lei in quanto individuo,nella sua intimità di essere umano, ha lasciato aperta una voragine. Nulla si sa del passato di lei, di come abbia cominciato e da chi abbia imparato a provocare l'aborto, se lo faccia davvero per "aiutare le ragazze in difficoltà" o se sia spinta da altre motivazioni più personali (il commissario le chiederà se da giovane sia stata costretta ella stessa a interrompere una propria gravidanza indesiderata, ma Vera non risponderà). Manca dunque un tassello ad un film che poteva davvero essere un capolavoro.

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categorie: cinema
martedì, 09 novembre 2004

IL FALO' DELLE VANITA', B. De Palma, 1990

Non risparmia un colpo De Palma in questo ritratto secco e calcolato della società NewYorkese di inizio anni '90, e grazie anche ad un cast d'eccezione, dipinge con sapiente maestria i vari "tipi" che compongono il multiforme sub(e sovra)strato sociale su cui si basa la storia. L'alta borghesia dominante, crassa e opulenta nella magnificenza del proprio sfarzo, è raccontata tramite le vicende di Sherman McCoy, giovane e prestigioso agente di borsa sulla cresta dell'onda, con famiglia, amici (?), villona, amante, cagnolino e tutti gli altri tipici standards del ricco americano in carriera bello/intelligente/straricco. E' ciò che può essere definito un selfmademan, si è costruito il suo successo da solo ed ora ne assapora a pieni polmoni il dolce ed inebriante profumo. Tutto questo fino a quando il sogno finisce: investe un ragazzo nero mandandolo in coma e viene rinviato a giudizio per questo reato, nonostante al volante non ci fosse lui ma la sua bionda e cotonatissima "amichetta" Maria Ruskin (Melanie Griffith). La sua vita si sgretola, viene (ovviamente) abbandonato dall'entourage di persone che gravitavano attorno a lui (ai suoi soldi) e si trova da solo ad affrontare le ingiuste accuse pompate da un intricato maneggio politico che coinvolge istituzioni, chiesa e cittadini della zona di provenienza del ragazzo, il Bronx. Grazie però all'aiuto di un giornalista in declino (un sempre superbo Bruce Willis) Sherman riuscirà a scamparla liscia e la giustizia al solito trionferà (la paternale finale del giudice è però pesantina... Un pappone moralista di qualche minuto che, nonostante le indiscutibili verità che propugna serve sì a ridare equilibrio alla vicenda ma sa un po' di stantio... Sarà che nei 14 anni che ci separano dall'uscita del film ne abbiamo sentite un bel po' di ramanzine sulla giustizia...). Complessivamente piacevole e ben girato, a renderlo particolare è l'assoluta mancanza di prese di posizione verso alcuna delle "zone sociali" trattate: sia la ricca borghesia bianca che il proletariato nero son presi di mira, sono mostrati nella loro confusionaria caoticità e assoluta perdita di senso e valori,nella loro irriverenza e nella loro stupidità. Non c'è spazio per buonismi o strizzatine d'occhio: è nell'eccesso la colpa, nel non volersi mettere in discussione, nel non cercare un confronto. Nella totale mancanza di ricerca di un contatto, di un dialogo umano: ciò che conta sono solo i falsi miti, vani simulacri a cui si sacrifica una vita, in una società e in un momento storico che sembrano non lasciare più spazio ai rapporti umani autentici.

postato da: myfavouritethings alle 21:41 | link | commenti (2)
categorie: cinema

SE MI LASCI TI CANCELLO, M. Gondry, 2004

Una commedia gradevole, divertente e diversa dalle solite. Un modo originale per raccontare una storia d'amore, filtrata attraverso il tema della memoria (per chi fosse interessato a questo argomento mi azzardo a consigliare un altro bel film, "Il ricordo di belle cose", Zabou, Francia 2002). Interessantissimo l'uso delle luci e dei colori, semplici ma efficaci. Attraverso la complementarietà delle tinte blu/arancio (o meglio Sfacelo Azzurro e Mandarino) vengono descritti umori, caratteri e ambientazioni, atmosfere, sensazioni e cambiamenti interiori. La relazione tra i due protagonisti è narrata attraverso i ricordi di lui, senza mai però schierarsi dalla sua parte. Spesso ci troviamo inconsapevolmente a simpatizzare per l'uno o per l'altra, il punto di vista non è mai troppo soggettivo, i fatti vengono sgranati a uno a uno davanti ai nostri occhi come una collana di perle in cui i veri gioielli da tenere stretti sono i ricordi. Tracce di ciò che è stato e che si vuole eliminare, essi vengono fisicamente cancellati dalla memoria di chi si sottopone al trattamento di un "dottore" dalle dubbie qualità etiche, accompagnato da una squadra di improbabili professionisti del "se mi lasci ti cancello".
Dell'opera di Gondry ho apprezzato molto di più gli spunti alla riflessione che offre rispetto al valore artistico della pellicola stessa. E' lecito, e sarebbe davvero bello poter cancellare la traccia lasciata da chi ci ha fatto soffrire? Devo confessare che lì per lì, appena mi è stata sbattuta in faccia l'idea ne sono rimasta profondamente affascinata. Reduce forse da brutte esperienze personali (ma in fondo chi di noi non lo è?) ho visto le attività della "Lacuna Inc." come una boa, un ormeggio a cui aggrapparsi, un sistema finalmente in grado di liberare le persone da sofferenze profonde e forse inutili. Ma questo piccolo forse si è insinuato come un tarlo nella mia mente e mi ha fatto capire come l'idea di cancellare il passato sia soltanto una bestemmia, un danno gravissimo che si causerebbe alla gente. Sembrerà banale ma è proprio vero che tutti noi siamo fatti di vittorie e sconfitte, di bei ricordi e di esperienze terribili. Ma è giusto che sia così. Per questo non condivido la massima di Nietzsche, che spesso viene ripetuta nel film, "Beati gli smemorati perchè avranno la meglio sui loro errori": si può avere la meglio sui propri errori solo facendone tesoro ed evitando di ripeterne di simili. Ma questa ovviamente è soltanto la MIA risposta al grande quesito che si porrà chiunque avrà occasione di conoscere questa storia.
Un ultimo appunto sul film: ottima l'interpretazione di Jim Carrey, è stata una gradevole sorpresa per me vederlo calato (e così a suo agio) in una parte tanto diversa dai suoi standard. Certo che vedere sullo stesso set un'accozzaglia di attori così diversi tutti assieme mi ha fatto un po' girare la testa: gli echi di "Titanic", "Spiderman", "Il Signore degli Anelli" e "Ace Ventura" o "The Mask" tutti concentrati in un unico film creano un effetto parecchio destabilizzante...

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categorie: cinema

PROVA D'ORCHESTRA, F. Fellini, 1979

Non avevo che da immaginarlo. Sulla scia di tutti i film di Fellini che ho potuto vedere fin'ora, "Prova d'Orchestra" non delude di certo le aspettative. Piuttosto breve (70 minuti) ma decisamente intenso, si inserisce in tutto e per tutto nel solco tracciato dai suoi predecessori presentenadosi come una metafora continua, come visione di un conglomerato viscerale di significazioni, di possibili interpretazioni, di azzardabili (e azzardate?) spiegazioni. In breve la trama: ci troviamo in una chiesa sconsacrata in cui si tiene una prova di un'orchestra molto eterogenea. Musicisti di tutte le età costituiscono la materia viva del racconto, che si costruisce dietro il pretesto di una ripresa televisiva di tale evento musicale. Ogni musicista è chiamato a dare la propria testimonianza sulla musica, sul proprio strumento e più in generale sulla propria esperienza di esecutore. Non manca il rappresentante dei sindacati, e questo viene a mostrare il lato meno spiccatamente ascetico dell'artisticità del musicista, anch'esso costretto a sbarcare il lunario e per questo alle prese non solo con la misiticità delle sette note ma anche con il brontolio della pancia. Più di qualche musico esprime il proprio disagio, spiega come la loro vita sia fatta di poca cultura ma di tante ore in conservatorio, a patire e gioire con il proprio strumento. Per ognuno di essi il pezzo di legno o di ottone che si trova tra le mani rappresenta un mondo, un amico, una risorsa, la migliore invenzione del mondo. Vengono rappresentati anche gli aspetti meno nobili di questi personaggi, come l'infantilità, l'invidia, il poco spirito di sopportazione, l'essere a volte meschini ma spesso anche alienati dal mondo. Un ritratto del tutto veritiero e senza tabù del mondo del professionismo musicale. Durante la prova si assiste ad un crescendo di tensione che porterà verso la metà del film ad un'esplosione totale, alla caduta dei valori, alla perdita di autocontrollo e coscienza. In un novello '68 i musicisti si ribelleranno, boicotteranno la prova, il direttore (sostituito momentaneamente da un gigantesco metrono, in seguito anch'esso distrutto), il loro ruolo e infine, nel più completo sfacelo, rinnegheranno la musica stessa. Verranno alle mani, distruggeranno ogni cosa (strumenti compresi) e perderanno essi stessi la connotazione di esseri umani, fino a che, ad un tratto, avviene il coup de theatre: una gigantesca palla d'acciaio abbatterà un muro della chiesa, ormai ridotta a vera e propria bolgia infernale, paralizzando l'azione, ricoprendo di polvere e calcinacci musicisti e direttore, il quale, con massima imperturbabilità, riassumerà il controllo e riprenderà a dirigere parlando però in tedesco, in una diafana atmosfera bianco/azzurrognola e spettrale, di cui tutti i personaggi sono pervasi. Metafora politica del continuo passaggio tra dittatura e anarchia? Testimonianza sulla musica moderna, sulla figura del musicista, sulla vera faccia dell'arte in un mondo che sta forse andando a rotoli? O magari la musica è solo un pretesto per raccontare il disagio di un'epoca, della condizione di uomini semplici e sottomessi, della caduta dei sogni, della pazzia, della degenerazione nelle relazioni causata dai mezzi di comunicazione moderni ( è forse la presenza della tv a causare tutto il dramma?) ? Qualcuno ha parlato di "grido" nel definire questo film. E di grido si tratta, a parer mio. Un grido che ho sentito forte e potente,disperato e agonizzante, anche se velato di sottile mistero nel destinatario e nel significato.

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categorie: cinema

LA MALA EDUCACIÓN, P. Almodovar, 2004

Il grande Almodovar centra con questa pellicola l'ennesimo obiettivo. Intenso, imprevedibile e pulsante fino all'ultima scena. Così stratificato e complesso è di sicuro un film da rivedere per gustarsi con tranquillità il piacere dell'immagine e la raffinata arte dei rimandi e delle metafore che permea incessantemente tutto lo svolgersi dei fatti. Con i suoi virtuosismi narrativi il regista ci coinvolge fino all'osso in questa storia d'amore, di ricatti, di passioni perverse e di tristezze infinite. Di solitudini inguaribili e irrimediabili, di caratteri forti e determinati, di sogni infranti e di vite condotte su binari inaspettati ma mai così normali. L'omosessuale qui non è l'eccezione, la malattia, il reietto. L'omosessuale è una persona qualunque, che soffre in modo qualunque e vive una vita qualunque. Subisce torti e ingiustizie, si rialza e si vendica, ha dignità umana: è finalmente una persona come tante altre. E per questo ringraziamo Almodovar, per aver smesso di dipingere con pietismo e banalità la sessualità "altra" (e finalmente un film in cui non ci viene sbattuto in faccia il classico e, a parer mio, deleterio binomio omosessualità/AIDS).
Si parla di "cattiva educazione" dunque, e tale è quella presentata nella storia di Ignacio ed Enrique, ragazzi segnati per sempre da un'esperienza raccapricciante e quanto mai frequente nelle istituzioni educative religiose (e non), allora come adesso. Ci sarebbe da dire e da scrivere per ore sulla complessità di ogni singolo personaggio. Di come Enrique porti su di sè il peso di una ricerca della verità che non gli concederà sorrisi, che lo riporterà indietro nel tempo e gli svelerà i segreti di un amore mai sopito. Lui, regista, ha questa responsabilità ineludibile da sobbarcarsi: scoprire come sono andate davvero le cose e raccontarle con il cinema, che può diventare un mezzo educativo che arriva là dove Chiesa e famiglia hanno miseramente fallito. Non si può tacere sul personaggio di Angel/Juan/Zahara, poliedrico e subdolo come i suoi nomi che cambiano. E' un attore, e lo è nel vivere la sua stessa vita. Ripete continuamente di essere disposto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, ma questo eccesso di zelo si rivelerà solo alla fine come aspetto mostruoso e terrificante della sua personalità. E' davvero disposto a spingersi sempre più in là, senza limite, pur di realizzare gli scopi più o meno leciti e umanamente concepibili che si prefigge. Anche lui vittima di una "mala educación" (quella del "paese", della famiglia, dei mille pregiudizi del provincialismo postbellico) diventa artefice di un drammatico e squallido epilogo nelle vite intrecciate di personaggi limite distrutti da loro stessi, quali Ignacio e Padre Manolo. E Ignacio? Centro nevralgico del film, preferisco ricordarlo come il bimbo dalla voce bianca e le orecchie un po' in fuori, ingenuo, vittima ma ancora veramente vivo.

postato da: myfavouritethings alle 08:55 | link | commenti
categorie: cinema