IN VIAGGIO SU mARTE

Naufragando nel magico mondo di Arte, Musica e Spettacolo

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Studentessa DAMS in fase di sfogo: impressioni e pippe varie su ciò che è bello in quanto bello e su ciò che è bello in quanto piace (a me, chiaro). Perchè di opinionisti su questa terra non sembra essercene mai abbastanza...

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lunedì, 11 settembre 2006

I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN, Ang Lee, 2005

Chissà qual è il trucco per girare un film così. E’ difficile immaginare la via per eludere il rischio elevatissimo (e nel quale sembrerebbe quasi scontato incappare) di cadere nel facile moralismo, nella banalità gretta e boriosetta della benevolenza a buon mercato, della precofenzionata apertura mentale da talkshow, autocompiaciuta e ostentatamente autoreferenziale. Sarebbe bello distillare la sensibilità che Ang Lee ha infuso in copiosa misura nel comporre la sua opera (già Leone d’Oro alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia) per poterla distribuire in gocce vitali anche in altri film che dipingono anime, sentimenti, che modellano personalità ed esigenze meravigliosamente umane che salgono dal profondo. L’omosessualità, certo. Ma fermarsi solamente a questo aspetto, e bollare questo film come la storia dei due cow-boy gay sarebbe un errore maledettamente pesante, una violenza perpetrata senza motivo ad un'opera che si scopre vivere di ben altro respiro. L'Amore, ecco di cosa parla questo film. Ma non un amore qualsiasi, un amore standardizzato e da focolare e pantofole che in qualche modo tutti ci auguriamo per noi stessi. Non l'amore della tranquillità e della dolcezza, l'amore da cui tornare la sera e con cui condividere gioie e dolori della quotidianità. No. Qui ci viene mostrato con coraggio e onestà l'AMORE, quello con tutte le lettere maiuscole. Quello che non accetta imposizioni, che non conosce barriere o pregiudizi. Che non guarda alla forma, ma vive, è plasmato di sostanza. L'amore cieco, l'amore folle e irrazionale, l'amore per il quale si va contro se stessi perchè è necessario, perchè è più forte della propria volontà, e ad esso ci si può solo arrendere. Per amare così ci vuol coraggio, ad un amore così si sacrifica l'intera propria esistenza.

Un film in crescere, con un esordio ruvido, che gratta sul piano delle reazioni del pubblico, che provoca, ma con assoluta semplicità. E poi il crescendo, improvviso e a tradimento della seconda parte. Un raccontare che si assottiglia, che lascia spazio delicatamente agli sguardi dei protagonisti, all'emergere della loro interiorità, regalandoci alcune delle costruzioni psicologiche più complete ed eleganti che si siano potute godere sugli schermi negli ultimi tempi.

Da vedere, per ricredersi e per emozionarsi fino alle lacrime.
postato da: myfavouritethings alle 23:54 | link | commenti (1)
categorie: cinema
sabato, 09 settembre 2006

BROKEN FLOWERS, J. Jarmusch, 2005

La sensazione immediata, con l’apparire inaspettato e composto dei titoli di coda proprio quando non ce lo aspetteremmo, è quella di fastidio, e irritato disorientamento. La mancanza di senso, di motivazione che aleggia pericolosamente sul finire del film ha un sapore amaro, scomodo. Ma superato questo primo attonito momento, inizia il gorgoglio dei pensieri, la frenetica e incontrollabile attività di dipanamento della matassa, della ricerca di un messaggio nascosto, sotteso ma palpabile. Broken Flowers è un film fatto di silenzi e di mezzetinte languide e scivolose. Don, il protagonista, è un uomo vuoto, isolato e prigioniero di se stesso, dei suoi occhi inespressivi e persi in un mondo lontano, irraggiungibile. Don è un uomo che ha sbagliato, e se ne rende conto. Il carpe diem di oraziana memoria viene qui messo alla sbarra: fino a che punto è giusto cogliere l’attimo, viverlo fino in fondo senza pensare al domani? Don in questo ha senz’altro esagerato, circondandosi di tante, troppe bellissime donne e non riuscendo a trattenerne nessuna. La loro vita continua, anche senza di lui; le ex amanti che torna a visitare, alla ricerca di un senso alla vita nell’incontro con un ipotetico figlio ventenne mai conosciuto prima, gli rendono palese ed evidente che tutte hanno percorso la propria strada, alcune realizzandosi ed altre no, ma che lui per loro rappresenta ormai solo un ricordo lontano, sbiadito nell’ombra di un senso nuovo dato alla propria esistenza. E Don? Che senso è riuscito a dare alla propria? Nonostante la soddisfacente realizzazione professionale, i soldi, una bella casa e il susseguirsi annoiato di tante donne anonime quanto affascinanti, quel che Don possiede veramente è ben poco. E la macchina da presa di Jarmusch è spietata nel mostrarci questo, continuando a girare e rigirare attorno ad un uomo dallo sguardo spento, avvolto nel più totale e laconico silenzio. E mentre tace, e tenta svogliatamente di ritrovare una motivazione, anche i fiori sul suo camino appassiscono, inesorabili. Tutto si riduce ad una battuta, ad un condensato di filosofia che un Don stanco ci regala al termine del suo viaggio: il passato è passato, il futuro deve ancora venire; tutto ciò che abbiamo, e realmente esiste, è il presente, qui ed ora. Un invito a vivere questo presente riempiendolo di significati autentici, di affetti, di sogni e progetti.

Un film delicato, un film rosa confetto, un film di poche parole suggerite sottovoce, ma irrinunciabili una volta afferrate.

postato da: myfavouritethings alle 21:29 | link | commenti
categorie:
mercoledì, 23 agosto 2006

TIME, Kim Ki-duk, 2006 (Giappone, Corea del Sud)

 Passione, dolcezza, gelosia. Dolore, tenerezza, apparenza. Noia, follia, rinnovamento. Amore. Tempo. Immutabilità. "Time" è un tifone che si abbatte impervio sullo spettatore. Un'ondata di fisicità, di puro palpabile senso di travolgimento corporeo, come una colata lavica di emozione sulla pelle, come l'essere stretti e completamente avvolti da una gigantesca e ruvida coperta marrone, proprio lì, seduti sulle poltroncine omertose del cinema deserto. E non poterci far nulla, non riuscire (e non volere) fermare l'immersione. "Time" è l'amore disperato, quello che antepone se stesso ai suoi attori, quello a cui non importa minimamente chi si è, che è solo vagamente interessato a chi si ama, che sugge l'intera propria linfa dall'autoesaltazione di se stesso. Non amo te; amo il fatto che tu mi ami, e che questo amore esista, per sempre, ad ogni costo. L'amore, simile ad un gioiello selvatico, completamente costellato di cristalli vivi, e taglienti come enormi schegge di vetro, non si può che stringere forte tra le proprie sole mani, e questi non tarda a farle sanguinare copiosamente. Perdere l'identità, certo, per amore. Annullare se stessi, uscire alternativamente da una porta della felicità, entrare in una della disperazione; tuffarsi nel futuro, riemergere dal passato. Giocare con ciò che si è, dimenticando ciò che si ha. E scoprire, nel momento in cui si dovrebbe ottenere massima la soddisfazione, che l'inganno si ritorce, e che l'animo non si imbroglia. Su tutto, il tempo che regola, scandisce, e silenziosamente leviga, modella, forgia.
Facile sarebbe attribuire a questo film significati banalotti da didascalica morale da discount. Ma a contare sono le sensazioni, gli sguardi, l'umanità che ne traspare;  i significati, magari minimi ma essenziali, che come una lunga e paziente collana di perle lega l'opera dal primo fotogramma ai titoli di coda. Il contrappasso di una lacerazione fisica per annullare un disagio spirituale, un vortice di dolore che si richiude ciclicamente su se stesso, ritornando all'inizio ma segnando una inevitabile e irreparabile chiusura.
Caleidoscopico, sconvolgente, disperato. Sostanzialmente magnifico.

postato da: myfavouritethings alle 10:10 | link | commenti (3)
categorie: cinema

Ed è così che si rifà capolino. Quando il demone della scrittura divora non si può far altro che lasciar dilaniare le proprie membra e arrendersi alla sua furia turbinosa e insaziabile. Quando l'animo sonnacchioso e intorpidito viene ridestato dal brillare accecante e meraviglioso di opere come questa non resta nient'altro da fare che riafferrare la penna e lasciar scappare fuori l'emozione pigiata e compatta che si era accumulata dentro durante il lungo, freddo e desolato inverno.
Tutto questo è. Ed è un po' come tornare. E felicemente ripartire.

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categorie: cinema
domenica, 14 maggio 2006

Difficile è spiegare. E' passato un bel po' di tempo, e vedere quel "10 ottobre 2005" in apertura dell'ultimo post che scrissi in questo luogo desolato mi mette addosso una profonda tristezza, e una dose piuttosto consistente di rammarico. Non avrebbe senso tentare di spiegare il perchè di tanto silenzio, ciò che conta è dare un piccolo segno del fatto che ancora sono, e salutare i pochissimi che, forse, passano di qui. Spero di tornare presto a scrivere su queste pagine. Ciao a tutti

A.

postato da: myfavouritethings alle 17:48 | link | commenti (6)
categorie: altro
lunedì, 10 ottobre 2005

NON BUSSARE ALLA MIA PORTA, Wim Wenders, 2005

Western moderno, in cui le scazzottate e i duelli non si vivono più nel bel mezzo della prateria o su una piazza sabbiosa al calar del tramonto, ma nel rapporto con se stessi, nel confrontarsi con il proprio passato, le proprie scelte e i propri errori. Assumersi le responsabilità di una vita dissoluta e sconclusionata e crescere quando ormai gli anni cominciano a concretizzarsi su di noi in profonde e taglienti rughe sul volto. Scoprire di avere una famiglia, e tentare di ricostruirla quando ormai sembrerebbe troppo tardi. Affrontare la rabbia, il rancore e l'oblio, comportarsi finalmente da veri uomini: ecco cosa deve fare Howard. Trovare il suo ruolo nella vita reale e smettere di recitare la parte del bello e dannato, quella facile della vita sregolata, dell'attore, della star a cui tutto è concesso. Quando il mondo fasullo del cinema gli rivela sottovoce che il suo tempo è finito, Howard ricorda che esistono anche gli affetti, i valori, il passato che si era tanto facilmente lasciato alle spalle. E tenta, goffamente, di recuperarlo.
Nonostante dal punto di vista narrativo il film sia un po' stiracchiato qua e là, e che spesso ci si perda un po' nel già visto, nelle sensazioni indotte dalla visione che sanno vagamente di stantio, insomma, nonostante ci si trovi più di qualche volta durante le due ore di proiezione del film a ipotizzarne una vena di banalità, la qualità visiva con cui è realizzato, la fotografia, le scelte registiche e il ritmo drammatico abilmente spezzato da qualche trovata più leggera valgono senza dubbio la visione. I campi lunghi regnano sovrani, nella loro inappagabile bellezza: e, a parer mio, sono il punto di forza maggiore del film. Le luci sono estremamente espressive, ben curate, soprattutto quando sono rasenti e delineano con marcata precisione le zone di ombra da quelle di luce, tagliando a fette l'inquadratura e conferendole in alcuni tratti la valenza estetica di opera d'arte. I colori sono saturi, ben accostati, luminosi e pieni di vita. Shepard è un attore di grande esperienza, e si cala perfettamente nella parte che gli è assegnata, rendendo con grande minuzia sia le frustrazioni dell'uomo moderno, dominato dalla colpa e dal senso di inadeguatezza, sia la superficialità dell'attore, apparentemente senza sentimenti, capace solo di fare quello che gli viene ordinato dai sordidi meccanismi economici della produzione, sia, infine, il fiero portamento del cow-boy, che se ne frega francamente di tutto, soddisfatto com'è sul suo cavallo e col suo carico di polvere sui vestiti consumati.
E' il mio primo Wenders, non sono in grado di azzardare confronti con altre opere del regista. Ma provvederò al recupero.

Assolutamente da vedere su grande schermo.

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categorie: cinema
martedì, 04 ottobre 2005

PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO... E ANCORA PRIMAVERA, Kim Ki-duk, 2003

Le stagioni della vita raccontate come stagioni atmosferiche, i momenti della crescita isolati e narrati come capitoli di una fiaba dolcissima, di un sogno, di un mondo lontanissimo e non corrotto. Un monastero immerso in un lago, immerso a sua volta in un bosco quasi inaccessibile. Un monaco anziano che insegna ad un monaco giovane, che impara dalla tradizione e dalla vita, pagina dopo pagina, esperienza dopo esperienza. La purezza del fanciullo, l'esplosione di energia del ragazzo, la corruzione dell'età adulta e la saggezza e la redenzione della vecchiaia. Mai la vita era stata così simbolicamente dipinta, mai con la poesia e il canto che solo questo regista riesce ad esprimere.
La fanciullezza, e i primi contatti con il mondo esterno, l'apprendere dai propri errori e soffrire amaramente per le loro conseguenze, pentirsi delle proprie cattive azioni e imparare da esse diventano una parabola in crescere che si sviluppa con leggerezza ed estrema continuità per tutta la durata del film. La bellezza di un locus amoenus incontaminato che viene corrotto e deturpato dall'intromissione del mondo esterno, con tutti i suoi difetti, con tutta la sua umanità. L'arrivo dell'amore è la causa della rottura dell'equilibrio. E' il momento in cui il lato umano emerge e corrompe l'animo, ne violenta l'asceticità. Ma è nel contempo una benedizione, perchè diventa il mezzo per mettersi nella condizione di pentirsi, e di tornare esattamente dove si aveva interrotto per intraprendere il lungo, doloroso e salvifico percorso della redenzione. Solo grazie ai suoi errori più visceralmente legati al suo essere uomo, il giovane monaco potrà fare ritorno alle sue origini, e pentirsi, mortificarsi, per poi, finalmente, rinascere. La via della salvezza è necessaria catarsi, espiazione delle colpe per giungere ad uno stadio di saggezza superiore, che permetta al semplice uomo di reinserirsi nel ciclo delle stagioni e diventare a sua volta maestro in una catena tanto necessaria quanto infinita.
Atmosfere oniriche ed epicizzanti, dialoghi ridotti all'indispensabile e sublimizzati, uno stile narrativo semplice, diretto, sincero. Un film che diventa un quadro, un ricordo, una preziosa esperienza che si insedia piano piano nel profondo.

 

postato da: myfavouritethings alle 19:26 | link | commenti (6)
categorie: cinema
sabato, 01 ottobre 2005

OLD BOY, Park Chan-wook, 2004

Questo film è TROPPO. Non riesco a trovare una parola più adatta a definire il senso di pienezza e di copiosità di dimensioni (bellissime) che dominano questo film, dal primo all'ultimo fotogramma. TROPPO. Perchè una sola visione, per quanto condotta ad occhi spalancati, senza avere il coraggio di chiuderli mai, nemmeno per un secondo, non basta. Una sola visione è ridicola. Detto da me, che sono riuscita a vederlo per la prima volta con un incolmabile quanto pietoso ritardo (purtroppo non dettato dalla mia volontà ma dal fatto che nella mia città non è mai arrivato) può fare anche ridere, soprattutto considerando che per rivederlo dovrò senz'altro attendere il dvd. Una sola visione è come annusarne il profumo, ma il sapore, il gustarsi la pietanza in tutta la sua prelibatezza è ben altra cosa. In Old Boy non si può a stare dietro a tutto, perchè in realtà il film è talmente pieno e autonomo che non ha certo bisogno di aspettare lo spettatore e la sua personale e infinitesima misura per muoversi nella propria fiera organicità.

Old Boy ti attacca su diversi piani, contemporaneamente, fuimineamente, senza che tu possa accorgertene. Perchè c'è la storia, c'è l'immagine, c'è la fotografia, c'è l'umana passione, c'è il dolore e la rabbia. C'è il logoramento, lungo, estenuante. C'è l'incredulità, la caduta di senso, la sospensione della coscienza e del giudizio. Ci sono lacrime, c'è il sangue. C'è meraviglia e raccapriccio, pronfondo coinvolgimento e umana compassione. C'è la fatica, la pazienza e l'attesa. C'è la fretta, e la corsa al tempo che scorre inesorabile. C'è musica, una musica dal sapore antico, lontano e teneramente malinconico, una musica sempre superba ed elegante, invidiabile, nobile. C'è la vendetta, sì. C'è il passato che ritorna e distrugge, ed è impossibile fermarlo; il passato, nella sua spietata, immobile ineluttabilità.

Old Boy è lo scontro di due immense e devastanti onde di dolore e rabbia che gridano, urlano e pretendono vendetta. Questo è esattamente il punto in cui esse si scontrano, dove si uniscono in un vorticoso turbine di follia e rancore. Il climax raggiunge il suo culmine in questo spietato abbraccio, quasi quello di due amanti. Qui la tensione si spezza, e il nodo si scioglie. E rabbia, e vendetta non possono che generare due creature gemelle, facce opposte della stessa medaglia: puro dolore, di quello che non lascia spazio che a se stesso, e rassegnazione, perchè ci sono momenti in cui non si può più lottare, ma solo accettare quel poco che rimane.

Appena sono uscita dalla sala volevo rientrare subito, e rivederlo ancora, e ancora. E ancora. Perchè ci sono delle cose che mi mancano, dei dialoghi che non ho ben colto, delle immagini che non ho gustato fino in fondo. Questa sensazione, così forte, non l'avevo mai provata.
Devo rivederlo, assolutamente, al più presto.

postato da: myfavouritethings alle 21:51 | link | commenti (13)
categorie: cinema
sabato, 24 settembre 2005

LA MIA VITA A GARDEN STATE, Zach Braff, 2004

Garden State è uno di quei film semplici, timidi, onesti. E' uno di quei film dove per forza, in qualche punto, ti ritrovi. Uno di quei film dove ridi con sincerità, e qualche volta ti domandi cosa stai facendo, sei sei vivo con tutte le tue paranoie e le tue mille quotidianità o se hai magicamente assunto altra vita, altri luoghi, altre vesti, se sei ancora seduto sulla poltroncina smangiata di un cinemino minore di città o se sei anche tu lì dentro a vivere quella storia che ti sta scorrendo davanti. Sono quei film in cui vorresti piangere, ma un po' te ne vergogni, temendo che quello che ti sta seduto accanto ti giudichi per aver pianto per un film così. Sono quei film che ti accorgi che non sono certo dei capolavori; certo, ci vuole ben altro che un po' di onestà per assurgere a tanto. Ma sono quei film che ti piacciono perchè trasudano passione, e fatica, e grande voglia di fare. Sono quei film in cui il regista, lo sceneggiatore, e l'attore (insomma, il meccanismo attivo che ha mosso la liricità del prodotto che stai osservando) ce l'ha messa tutta, ma proprio tutta per arrivare a te, in ogni dettaglio. E quando ti rendi conto che ce l'ha fatta benissimo, non puoi che esserne complice, e apprezzare in tutto e per tutto il suo lavoro, onesto, sincero, sai già che aspetti il prossimo. 
Garden State è un film che parla di crescita, di solitudine, di umana solidarietà. Parla di alienazione, parla di sospensione forzata delle emozioni. Parla di vita vissuta in bozzoli che vengono rotti a 26 anni suonati, parla di epifanie, l'epifania che tutti aspettiamo, e che sappiamo che prima o poi arriverà, che deve arrivare. Perchè bisogna smettere di programmare, che tanto è inutile, e iniziare a vivere. Garden State parla della dolcezza, che troppo spesso viene emarginata, e presa per banale pazzia. Garden State spiega, o tenta di spiegare, come sia importante non temere la realtà che impregna la vita di tutti i giorni. Garden State ci mostra come non è mai tardi per ricominciare, e tanto meno per perdonare. Lo dicono tutti, ma sappiamo benissimo che è l'unica cosa che possiamo fare. E non c'è niente di male in questo. 
Garden State è costruito con attenzione: poggia su una colonna sonora che è talmente adatta e ben curata che è in tutto e per tutto inglobata nell'organismo visione. Le trovate comiche sono ben inserite, con gusto e discrezione. E fanno ridere davvero, senza tante storie. I suoi protagonisti parlano un sacco, è vero, forse troppo a volte. Ma del resto, lo facciamo tutti, tutti i giorni. Continuiamo a parlare. Nemmeno in questo c'è nulla di male. 
Garden State è un film che fa pensare, sotto sotto, a bassa voce, quasi di nascosto, che nessuno se ne accorga. Ma fa pensare, e in questo, credo, abbia centrato in pieno il suo obbiettivo. 

Bravo Braff.  

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categorie: cinema
lunedì, 19 settembre 2005

Sì lo so, è da vergognosamente troppo tempo che non scrivo nulla qui. E' che quest'estate sul pianeta cinema mi sono successe talmente tante cose, e così inaspettate, che a ripensarci adesso mi sembrano tutte ugualmente impossibili. O, almeno, poco probabili. Non sto scrivendo nulla, ma sinceramente spero di tornare presto ai vecchi (sebbene sempre piuttosto lenti) ritmi produttivi.
Nel frattempo ho visto due film bellissimi, Il Postino di Radford e Troisi, e Big Fish di Tim Burton. E mi riesce difficile riuscire a concepire qualcosa di degno, o perlomeno sensato da scrivere a riguardo. Per cui scelgo la via dell'estasiato silenzio.

A presto.

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categorie: altro
mercoledì, 13 luglio 2005

Ufficio Informazioni

Ho l'accredito per la 62° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia del prossimo settembre...

Si accettano consigli, dritte, suggerimenti, informazioni, insulti e quant'altro potrà tornarmi utile durante il mio prossimo soggiorno lagunare, soprattutto da parte di chi a questa manifestazione ha già partecipato. Grazie!

postato da: myfavouritethings alle 10:39 | link | commenti (22)
categorie: altro
domenica, 10 luglio 2005

QUANDO SEI NATO NON PUOI PIù NASCONDERTI, Marco Tullio Giordana, 2005

Nodi di forte intensità, agglomerati di fisico dolore partecipato, flussi inevitabili di umana compassione, e di fraterna compartecipazione. Impossibile non sentire dei pugni allo stomaco, non sentirsi inevitabilmente coinvolti e sconvolti dall'impatto di esperienze di vita mostrate nella loro semplice nudità, nel loro inarrestabile e incontrollabile essere ed avvenire. E' un regista onesto Giordana. E' un regista che non nasconde nulla, che non tenta di contraffare il reale per renderlo più o meno digeribile, più o meno coinvolgente o affascinante. I fatti semplici della quotidianità sono già abbastanza terribili e meravigliosi per loro conto, ma basta soltanto cammuffarli da fantasia, da irrealtà (in una parola, basta renderli cinema) per sfruttare un mezzo di diffusione così popolare e amato e farli arrivare dritti come veleno al cuore di tutti. Per scuotere le coscenze. O semplicemente per il senso di dovere che investe l'atto di raccontare. Ungere l'orlo del vaso con dolcissimo miele, per ingannare il fanciullo e fargli bere l'amara medicina. Giordana  compie esattamente questo, con serena e candida convinzione nella potenza dei propri mezzi.
L'esperienza visiva di un film come Quando sei nato non puoi più nasconderti assomiglia molto alla reazione emozionale che colpisce di fronte ad un'opera qualsiasi dell'espressionismo pittorico: giustapposizione forzata di elementi di urlata soggettività, di compartecipazione anche fisica al dolore recato dal reale, accostamento di forme e colori forti, pregnanti, la cui unica finalità è trasmettere un proprio modo di subire o di affrontare la vita, un proprio universo di sensazioni e fantasmi. Così la straziante sequenza di Sandro in mare, l'assembramento confuso e autistico di persone, culture, odori, colori e linguaggi nel barcone e nella comunità, il trucco sfatto e violato di Alina non sono altro che pennellate violente ed accalcate una sull'altra sopra l'ampia tela del regista, il cui merito è quello di aver raccontato la realtà variopinta e contraddittoria di fatti e tematiche quotidiane del nostro paese, pagando lo scotto di un risultato narrativo confusionario e in parte superficiale nel trattare tali temi controversi e di grande attualità.

postato da: myfavouritethings alle 14:35 | link | commenti (2)
categorie: cinema
domenica, 05 giugno 2005

CLEAN, O. Assayas, 2004

Le prime immagini di questo film denotano il notevole gusto fotografico del regista, che esordisce in quest'opera regalandoci delle immagini statiche e descrittive di scorci di quello che può essere un qualsiasi banale paesotto canadese, tra pompe di benzina, parcheggi deserti, strade vuote e noiose, occupate soltanto da sparuti alberelli striminziti e da qualche furgoncino scassato che le percorrere mollemente. Alla memoria mi sono tornate immediatamente le immagini di New York ritratte da Sheeler e Strand in Manhatta; mentre quel film intendeva però mostrarci una città in fase di sviluppo, destinata ad avanzare sempre più in campo industriale, tecnologico e demografico, nel film di Assayas i quadri che vengono offerti alla nostra visione sono lo scenario di un mondo in declino, di una macchina che si è fermata, ormai stanca, di un corpo che si è arreso.
In quest'atmosfera di desolazione si inserisce la nostra storia. Emily e Lee, tossicomani musicisti rock che vorrebbero diventare star, si sono ormai rinchiusi in un rapporto di coppia problematico e fallimentare. Dopo aver avuto un figlio e averlo abbandonato alle cure dei nonni, girano lo stato vivendo la realtà di infimi localacci di musica dal vivo, cercando disperatamente di lanciarsi e di balzare sul treno del music business. Per Lee, musicista canadese promettente e con una buona produzione nel periodo degli Ottanta ma ormai completamente alla deriva, questo treno è già passato da un pezzo.
Basta una dose in più, quella letale, ad avviare questo film che narra della redenzione, della catarsi, della purificazione di una donna (ma più precisamente di un essere umano) da quella valanga di letame e fogna che insudicia le vite di chi vive la filosofia rock in maniera totale, coinvolgendo nel meccanismo di autodistruzione caratteristico di questa corrente musicale ogni fibra del proprio corpo e ogni goccia della propria anima. Parabola del rock al contrario, Clean è il film di quando si smette di scavare il fondo e ci si rende conto che è ora di risalire. Il motivo per Emily sembra essere l'amore per il figlio (e probabilmente lo è in parte) ma il motivo più profondo che la spinge a ricostruire la propria esistenza, dopo aver mangiato tutto il pattume più immondo che la degradazione volontaria dell'essere umano può permettere, è l'amore per se stessa. Emily vuole darsi una nuova possibilità, vuole mondare il proprio corpo e la propria anima per non fare la fine di Lee, per dimostrare a tutti il proprio valore; perchè è una donna incredibilmente forte. Il percorso ovviamente non è semplice, e vede una Emily spostarsi molto, sia geograficamente che a livello relazionale, cercando di recuperare la sua esistenza precedente alla caduta, precedente all'incontro con Lee e con il rock non più osservato o commentato dal di fuori ma vissuto pienamente dall'interno, per poter proseguire da dove aveva lasciato. E la missione di Emily diventa, grazie ad Assayas, simbolicamente duplice: oltre a salvare se stessa, e a dimostrare che la purificazione è possibile, Emily deve salvare anche la Musica, vittima (e non carnefice) del perverso meccanismo dilaniante del rockworld. Ed Emily riesce in entrambe, donando una nuova vita a se stessa ed una nuova dignità e giustizia al linguaggio dei suoni, che diventa cristallino, puro e delicatissimo, rinato negli accordi puliti e minimal e nella voce chiara e bellissima con cui viene interpretato il pezzo di chiusura. Un lungo labor limae che percorre tutto il film, fino a mostrarci la vera anima di Emily, candidamente, sciogliersi in pianto.

Film interessante, anche se carente in alcuni punti: un po' troppo difficile da non notare il richiamo alla vicenda Cobain/Love nel rapporto Lee/Emily, come spesso i dialoghi, le ambientazioni, le vicende assumono troppo il sapore di stereotipi ormai abusati sulla triade  sesso droga & rock'n roll; decisamente insopportabile in alcuni momenti il buonismo eccessivo e incomprensibile di nonno/Nolte. Deficienze che segnano profondamente il film, rendendolo in alcuni momenti banalotto e persino noioso. Ottime invece la colonna sonora e la fotografia.
Superba infine l'interpretazione della Cheung, in grado di riempire totalmente lo schermo e di tenere l'attenzione altissima sui suoi movimenti, sulle sue espressioni, sul suo volto che da duro e impenetrabile diventa via via più dolce, più morbido, più umano. Questo film merita di essere visto anche (soprattutto?) per assistere all'indimenticabile prova della sua protagonista.

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categorie: cinema
giovedì, 26 maggio 2005

STAR WARS: EPISODIO III - LA VENDETTA DEI SITH, G. Lucas, 2005

Finalmente tutto ha un senso. Finalmente l'attesa che per me dura dagli anni dell'infanzia si risolve visivamente in un'esperienza cinematografica di poco più di due ore ma che racchiude in sè il senso di attesa che persisteva da lunghissimo tempo. Da anni fans e non(anti?)fans attendono risposte, e questo Episodio III non ne tace una (dai, ammettetelo, anche voi, nemici della serie,  volevate sapere perchè quello lì c'ha quel casco da scemo in testa, o perchè i due gemelli Skywalker siano stati separati alla nascita, o ancora perchè quel nano verde che tutto strano parla sull'isola di paludi e caccole finito sia).
Anello ideale di congiunzione con l'ormai mitica trilogia degli anni  '70 (che in ogni caso continuo di granlunga a preferire), questo episodio, sarà per il senso immenso di attesa che lo permeava, sarà per la sua effettiva ricchezza, risulta il più completo e valido della trilogia moderna, ponendosi da spartiacque tra i due diversissimi (e frutto di costante confronto e polemica) cicli cinematografici. Battaglie e narrazione si susseguono a ritmo serrato, alternendo il piacere della visione a quello ancora più appagante della curiosità soddisfatta e sedata. Perchè questa saga ha in sè un valore così assoluto e autoreferenziale che quando ci si trova lì, davanti allo schermo, non si può evitare di essere coinvolti, e di sentirci totalmente parte di questa esperienza grandiosa e totalizzante che è Star Wars nella sua interezza.
Tutto si addensa magmatico e incandescente nell'ultima mezz'ora, quando finalmente le verità si proclamano ai nostri occhi e la soddisfazione di SAPERE  e VEDERE esplodono nello spettatore medio che sente in sè il vago profumo dell'onnipotenza dato dalla conoscenza. Epico e drammatico si miscelano così profondamente che non c'è più spazio per nulla, solo per abbandonarsi ad un'emozione che lascia senza respiro fino a quando si tornano (o si arrivano?) a vedere i due bellissimi soli di Tatooine.

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categorie: cinema
venerdì, 20 maggio 2005

Ghirigori

Nonostante la profonda ed insidiosa tristezza datami dal non riuscire ad andare più al cinema causa studio incessante - ma stasera un Fellini non me lo toglie nessuno - colgo con simpatia l'invito propostomi dalla cara collega Gogo (della serie non siamo soli in questa valle di lacrime, noi, fieri futuri disoccupati del dams - inutili sì, ma con dignità - ) e compilo questo breve ma intrigante questionario.
Premetto che le risposte sono riconducibili esclusivamente al grado di dispersione mentale del momento.

1.volume totale dei file musicali:

9.80 GB

 

2.l'ultimo cd che ho comprato:

S.C.I.E.N.C.E., Incubus

 

3.canzone che sta suonando ora:

Pink Floyd - Wish You Were Here

 

4.cinque canzoni che ascolto spesso e che significano molto per me:

. Karma Police - Radiohead

. By This River - Brian Eno

. Every You Every Me - Placebo

. My Favorite Things - John Coltrane

. La Strada - Nino Rota


5.le cinque persone a cui passo il testimone:

. ovviamente Fedra

. il signor Freestate

. Ire se passa qualche volta di qui

. Topo Gigio

. Gesualdo da Venosa.

 

Fatto! Se mi rispondono tutti e cinque GIURO che pago pegno.

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lunedì, 09 maggio 2005

Però che vigliacchino sei...

"Tu omettino qualunque, hai visto un film che i giornali hanno tanto decantato. - ...da molto tempo - dicevano le critiche cinematografiche - non vedevamo un film simile. L'atmosfera di certi ambienti è resa con la nota maestria del grande regista... Equilibrio perfetto tra i due tempi... Drammaticità espressiva del volto della grande e bravissima attrice... Una sceneggiatura impeccabile, dialoghi perfetti... - Tu, omettino qualunque, hai letto tutto questo, poi sei andato a vedere il film. Mugolavi, fremevi, ti sforzavi di capire dove fosse l'atmosfera che il regista avrebbe creato, dove fosse la drammaticità espressiva della prima attrice... - Che porcheria! - hai detto. - Che schifo! - e pensando a te stesso ti sei reputato un ribelle, un coraggioso, un uomo che ha l'ardire e la consapevolezza delle proprie opinioni. Però, omettino qualunque, uscito dal cinema hai incontrato un amico. - Be' - ti ha detto. - E' bello? - Tu hai avuto un gesto magnifico ed ampio. - Da molto tempo - hai risposto - non vediamo un film simile... L'atmosfera di certi ambienti è resa con la nota maestria... Caro mio, un filmone! Forse molti non lo capiranno! Ai gretti non piacerà... ma credimi, una sceneggiatura impeccabile, dei dialoghi perfetti... - ed hai seguitato a parlare del film entusiasmandoti e ripetendo per filo e per segno e facendo tue le critiche lette sui giornali.

F."

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lunedì, 02 maggio 2005

DANCER IN THE DARK, Lars Von Trier, 2000

Credo che si potrebbero tranquillamente impiegare ore ed ore prima di riuscire ad esplicitare qualcosa di quanto meno sufficiente ed accettabile su questo film. Si potrebbero versare fiumi di inchiostro, si potrebbe mitragliare la tastiera fino a stancare le dita, e si potrebbe infine parlare, parlare parlare, fino ad essere stanchi di sentire la propria voce. Talmente tanti sono gli stimoli che quest'opera suscita in chi le si avvicina, con occhio critico  e non, che stenderne una sintesi diventa un'operazione piuttosto complessa e che lascia di certo l'amara sensazione di non aver detto tutto, di non essere riusciti a trasmettere abbastanza. So benissimo che sarà così anche per me.
Una caratteristica che non ho potuto fare a meno di notare è come questo film si basi, più o meno volontariamente, sulla dicotomia come struttura portante, sulla contrapposizione/affiancamento di coppie di elementi che sono senza dubbio caratterizzanti. La macrodivisione, quasi aprioristica, su cui si basa il film è la contrapposizione tra il lavoro registico di Lars von Trier e la prestazione, sia attorica che musicale, di Bjork. Su questi due filoni, tanto geniali quanto completamente indipendenti ed autonomi, è costruita l'intera opera, e proprio su questa divisione si dovrebbe basare, a parer mio, ogni possibile apporto critico. Il regista crea la sua arte rispettando (ma a volte anche distruggendo) la sua personale poetica, già affermata nelle realizzazioni precedenti e dichiarata in quel famoso manifesto, Dogma 95, che diventa regola da seguire, punto di riferimento e schema in cui calarsi, o da cui a volte allontanarsi. Una regia che sembra voler tornare alle origini ma che qualche volta si fa pesante, invadente per l'eccessiva forzatura con cui il regista ci impone certe inquadrature, certi primi piani decentrati, certi movimenti di macchina troppo rapidi e violenti.
Per quanto riguarda Bjork, essa si riconferma artista completa e poliedrica, inarrivabile come musicista e invidiabile come attrice. Alle volte sembra quasi che essa abbia ormai raggiunto un così elevato stato di fusione con l'arte, una sua personalissima e ormai inconfondibile forma di linguaggio artistico, che il suo sguardo appare sempre pago, soddisfatto e sornione di un mondo che, meraviglioso, si dispiega solo ai suoi occhi; e questo è quello che succede, in parte, anche alla protagonista del film da lei interpretata.
A livello di struttura interna dell'opera, su un piano più pregnantemente realizzativo, si può osservare la seconda dicotomia su cui è basato il film. La  vita di Selma e di tutto il gruppetto di conoscenti che formano la sua esistenza, la sua storia di donna e di madre si contrappongono ai quadretti di genere, ai momenti musicali, alle coreografie che forano l'oscurità della vita della ragazza. Una sceneggiatura un po' banalotta, che cade spesso, specie nella prima mezz'ora, nei luoghi comuni, nella bassa sfera del melò strappalacrime, con una totale incapacità di coinvolgere ed appassionare lo spettatore, riesce però in seguito a crescere talmente d'intensità da lasciare senza fiato, senza parole ma con un amaro sapore di dolore tra le labbra. Sbiaditi, poco saturi e sabbiosi sono i colori di queste sezioni di film (le più lunghe, in cui gli unici suoni sono quelli diegetici), che vengono però frante dall'intervento della sezione musicale dell'opera. Difficile parlare di musical in una storia di così tanto reale dolore; si può dire piuttosto che questi inserti musicali, in pieno stile Bjork, sono delle parentesi a sè, dei mondi che Selma si crea per evadere da una situazione non certo facile, in cui ritrovare le cromìe e le luminosità che sta perdendo (qui i colori si fanno davvero carichi e splendenti), in cui sentirsi realmente felice grazie alla Musica. A Selma basta un suono, un minimo impulso ritmico, anche il più banale o impensabile (quello metallico e freddo dei macchinari della catena di montaggio, ad esempio) per lanciarsi in un mondo tutto suo, in cui ritrovare se stessa e la gioia di vivere. O per trovare il coraggio di morire, di abbandonarsi in una canzone dettata dal ritmo più intimo che ognuno possiede, nella più piena consapevolezza che essa non sarà l'ultima, se lo si vorrà.
Queste due sezioni che formano il film, realtà/sofferenza e sogno/musica/felicità, sono due nastri distinti che si intrecciano, prima lentamente, e poi ricorrendosi in una spirale sempre più vorticosa che li porterà a legarsi definitivamente nel sacrificio ultimo della protagonista, che diventa unico e vero punto d'incontro tra la squallida realtà e il mondo da sogno che solo grazie al potere di elevazione del suono si può raggiungere.
Un film che si fa attendere, che si basa sull'essenzialità, sul rigore, e sulla successiva rottura di esso, in una struttura complessiva ben equilibrata che non può di certo deludere.

L'amarezza e le lacrime mi son rimaste, il coinvolgimento personale è cresciuto con intensità e passione, il sacrificio e il dolore li ho sentiti dentro di me, quasi fisicamente. Credo che fosse proprio questo che il regista voleva lasciare.
Il mondo da sogno quasi infantile, fantastico, che i suoni sanno ricreare, l'istintività dei ritmi e la grande energia della coreutica sono un'esperienza mistica indescrivibile ma bellissima, a cui ogni uomo può giungere, anche il più semplice, anche con nulla. Solo la propria voce e il ritmo del proprio cuore possono bastare per salvare se stessi. E questo credo fosse quello che voleva lasciarci Bjork.

Bello, davvero.

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domenica, 17 aprile 2005

MILLION DOLLAR BABY, C. Eastwood, 2004

E così anch'io ho visto "Million Dollar Baby". Con un tanto vergognoso quanto imperdonabile ritardo sui tempi mi sono recata al cinema e ho visto prendere forma davanti ai miei occhi una storia che mi ha colpita tanto forte da lasciarmi attonita, disperata, commossa e del tutto priva di parole. In tutta sincerità non so bene cosa poterne scrivere; già tanto è stato detto, se ne è così tanto parlato che ogni osservazione in più ormai sarebbe insensata e superflua (forse). E allora racconterò le mie sensazioni, in una specie di brainstorm emotivo che dia forma a quel turbine di voci che ho sentito dentro da ieri sera, e per tutta la notte.
Appena uscì il film mi feci immediatamente l'idea che fosse vagamente un capolavoro, me ne resi conto solamente osservando le reazioni di entusiasmo dei più fortunati che in un modo o nell'altro erano riusciti ad andare a vederlo,  quindi mi riufiutai da subito di leggere qualsiasi recensione che lo descrivesse, per evitare di farmi idee e pregiudizi dettati dal gusto di altri; per riuscire ad assaporarne ogni istante per conto mio, in piena e orgogliosa autonomia. Devo dire che ho fatto bene. "Million Dollar Baby" è un'opera che va scoperta tappa per tappa nel suo dispiegarsi, che va incassata come un diritto ben assestato, contro cui è difficile (impossibile) difendersi. E ' un film così umano, così concreto e, direi, fisico, che sembra di essere lì, tra sacchi e guantoni, tra cuoio, corde e gocce di sudore. E' così reale che il rumore delle ossa che si fracassano, l'odore del sangue che cola ti sembrano in sala con te, e a tratti hai la netta sensazione di essere tu a vibrare il colpo, e molto più spesso a riceverlo. Un film che racconta una storia come tante, ma irripetibile nella sua unicità. Che affronta argomenti importanti, fondamentali, su cui è difficile prendere posizione e ancora più arduo è trovare il coraggio e il modo giusto per rappresentarla e proclamarla. La ricerca di un senso di responsabilità umana che si fa necessaria, irrinunciabile, prioritaria su tutto e tutti, perfino su se stessi. La svolta che prendono i fatti ci dimostra il coraggio di Eastwood di affrontare un tema difficile, di andare contro la banalità e la convenzionalità di una storia che poteva essere una come tante per farci vedere qual è il vero volto dell'esistenza, della sofferenza, dell'importanza di non dare mai niente per scontato, senza perbenismi, senza moralismi e ipocrisie. Mi vien da sorridere a pensare a quante volte dentro di me ho pensato mentre assistevo alla proiezione "No dai sta scherzando... Vedrai che adesso si sistema tutto, non può essere così, non può andare così...". Ma invece è proprio così che deve andare; perchè anche se nella boxe tutto è innaturale, tutto va al contrario, è proprio il ring a diventare la più autentica e sincera metafora della vita.

Beh sì, credo sia naturale: ho pianto per questo film.

 

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mercoledì, 06 aprile 2005

LIZA & LIZA

CABARET, B. Fosse, 1972

Riuscitissimo e spettacolare scorcio di quella che deve essere stata la Germania degli anni '30, narra la storia d'amore bizzarra e travolgente tra una giovane star del cabaret americana e uno studente inglese, entrambi alla ricerca di fortuna.
Una storia d'amore che purtroppo non sa reggersi e finisce con il morire a causa dell'incompatibilità di intenti dei due protagonisti, entrambi poco disposti a rinunciare al proprio successo e al proprio mondo, alla realizzazione ed affermazione della propria individualità per l'altro/a. Meritatissimi i premi oscar (ben otto), per un film che brilla di luce propria soprattutto in virtù di una scenografia strepitosa, di musiche e coreografie mozzafiato che ci trascinano di prepotenza in un fumoso locale di Cabaret tra lunghe gambe scoperte, lazzi, sollazzi, cocktail fantasiosi e potenti, alcool a fiumi, sigari, soldi e sesso. Un film che non (s)cade mai nel volgare o nel banale, che ci strizza l'occhietto con eleganza e disinvoltura su miriadi di doppisensi e allusioni al mondo variegato del piacere che troviamo qui caratterizzato in tutta la sua più irrazionale animalità, come strumento di potere e di seduzione non disinteressata. Eccezionale la resa della rappresentazione di ciò che doveva essere un Cabaret, volto oscuro e sordido del mondo dello spettacolo, impregnato di grottesco, di viscerale, di quella indescrivibile risultante che si ottiene scontrando il drammatico con il buffo, il tragico con il comico. La sensazione che permea e caratterizza questo mondo è senza dubbio l'eco di una grassa risata disperata,  di uno sghignazzare con il volto contratto in un contorto spasmo di dolore.
Grande interpretazione della Minnelli, che rivela grandiosi doti di cantante/attrice/showgirl (quest'ultimo appellativo inteso nella sua più alta accezione, e non di certo con il significato che gli si dà televisivamente oggi), che dimostra di essere un'attrice strepitosa che sa perfettamente reggere e sostenere autonomamete il peso del film.
Ma il vero gioiello di questo film è di certo il cammeo creato da Joel Grey, maschera che assurge a simbolo ed emblema non solo di questo film ma di tutto il complicato e intrigante mondo dello spettacolo d'intrattenimento cabarettistico.

NEW YOR, NEW YORK, M. Scorsese, 1977

La Seconda Guerra Mondiale giunge al termine, e in America esplodono i festeggiamenti. L'orchestra di Tommy Dorsey suona con un sound inconfondibile e altrettanto irresistibile, la gente balla, beve, si diverte. Uno spaccone con tanto di camicia hawaiana ci prova con una ragazza seduta sola ad un tavolo che ascolta rapita l'orchestra che si sta scatenando. Lui ci prova in tutte le maniere, ma lei non ci sta. Inizia così la storia d'amore tra un sassofonista sregolato (De Niro) e una cantante jazz incredibilmente dotata ma apparentemente incapace di imporsi (Minnelli). Vengono qui ripercorse le tappe tipo della vita dei musicisti jazz degli anni '40/'50 (i riferimenti cinematografici comuni si trovano numerosi con la rappresentazione fatta da Taylor Hackford sulla vita di Ray Charles): il modello tipo del musicista (adroamericano o non) è quello del figliodiputtana/geniodellamusica, che si è fatto da sè, che non deve ringraziare niente e nessuno, che non si prende a cuore nessuno, che organizza la sua vita attraverso una scala di valori che vede sempre e comunque la musica al primo posto, al secondo i soldi e al terzo LE donne, su cui generalmente trionfa la bella e buona ragazza di casa, che merita di essere sposata, ingravidata e successivamente (e ripetutamente) cornificata. Ma dalla quale, alla fine, si torna sempre. Bravo il giovane De Niro a rendere perfettamente questo personaggio, riuscendo anche ad inserire nella sua personalità quel pizzico di coglionaggine che ce lo fa tornare pure simpatico. Ottima la Minnelli che, nonostante sia costretta dal proprio ruolo a rimanere in sordina per tutta la durata del film, riesce a ricreare comunque un magnetismo con lo spettatore che la conferma attrice splendida (è capace di parlare con lo sguardo) e cantante molto dotata. Per fortuna la sceneggiatura ce la restituisce nel suo autentico splendore nel finale del film, permettendole di esplodere nel pieno del successo e della gloria come cantante/attrice, non appena riesce a liberarsi dal giogo del matrimonio con quell'ormai (umanamente) fallito e sconfitto sassofonista. Una storia d'amore sbagliata da cui nasce però un pezzo affascinante e indimenticabile, talmente celebre e amato che è riuscito a superare per fama lo stesso bel film da cui è tratto.

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lunedì, 28 marzo 2005

PRIMO AMORE, M. Garrone, 2003

Ho appena spento la tv, dopo aver letto fino all'ultima lettera dei titoli di coda di questo film. Non mi capita mai di scrivere qualcosa su un'opera cinematografica senza averci riflettuto un po', senza aver raccolto le idee, senza aver lasciato passare almeno una notte per metabolizzare il tutto. Questa volta non mi è riuscito, non ho potuto fare a meno di accendere il pc ed iniziare a digitare qualche frase, senza saper bene nè cosa nè come. E tantomeno perchè.
Questo film mi ha senza dubbio colpita, in più punti e in maniere diverse. Iniziando da quella che potrà sembrare l'osservazione più banale, direi che mi ha leggermente destabilizzata la scelta della città. Da buona vicentina che ha sempre creduto che la propria fosse una delle città italiane che vanno a formare di diritto il plotone/cenerentola delle possibili ambientazioni cinematografiche, non ho potuto che rimanere allibita sin da quando le prime immagini che ritraggono la stazione delle F.T.V. ( Ferrovie Tramvie Vicentine) di viale Milano, attraverso cui sono passata infinite volte per tutti gli anni del liceo (e qualche volta ancora oggi) non mi hanno lasciata a bocca aperta con un'espressione smarrita ed insulsa ad esclamare: "Ma è VICENZA!". Ora, per chi è cresciuto in città come Roma, Milano o Firenze, questa sensazione sembrerà tanto stupida quanto più ingenua e incomprensibile. Beh, probabilmente lo è. In più, sentir parlare gli attori di un film in una maniera per me così quotidiana e familiare non ha che contribuito a tutto questo strano rimescolio di emozioni che non mi hanno abbandonata fino alla fine del film (scusate, i vicentini non sono abituati a trovarsi faccia a faccia con se stessi. Cercate di capire...). Un sentito e personale grazie a Garrone per avermi per una volta fatta sentire davvero a casa mia mentre guardavo un film.
Passando oltre questo breve (e probabilmente causa di futura vergogna) sfogo, parlerei anche un po' del film, che in quanto ad emozioni non è di certo cosa da poco. La crudezza e la ripida spirale di dolore che Garrone ci sbatte in faccia non lasciano scampo, ci costringono a scavare nel nostro profondo, a rivivere, a sentire i brividi lungo la schiena perchè è IMPOSSIBILE non ritrovarsi a provare orrore, paura e immedesimazione nella percezione delle tristezze recondite che ogni storia d'amore porta con sè. Ovviamente questo è un esempio estremo, è una storia che qualcuno difficilmente definirebbe con l'ormai abusato vocabolo "amore". Ma il binomio insuperabile eros/thanatos, eredità preziosa di una civiltà che tanto ci ha insegnato, trova qui una sua compiuta dimostrazione nella rappresentazione di un sentimento che per trovarsi compiuto deve necessariamente passare attraverso la distruzione. Distruzione dell'altro e distruzione di sè, il tutto ottenuto per eliminazione, per consunzione, per logoramento e devastante deperimento. E poi c'è il fuoco, c'è l'oro, c'è un corpo nudo sempre più sottile e un paio di occhi azzurri sempre più freddi. C'è la voce che si spegne, c'è un po' di pelle pallida, c'è una serie di vertebre in fila, nude, fredde, aride. Mettere fine a questa cruda sofferenza, a questa calcolata e inevitabile violenza vorrebbe dire mettere fine ad una relazione che sembra essere la più importante per entrambi, l'unica, la vera storia della vita. Al binomio Mente/Corpo, eretto a pilastro portante di tutta la poetica del film, bisogna aggingere con forza anche un terzo elemento: il Cuore, che si caratterizza come la parte più autenticamente umana di questi due personaggi, straziati dall'interminabile conflitto tra la precisa glacialità della Mente e la bolsa animalità del Corpo. Solo un atto di violenza può mettere fine a tutto questo. E un atto di violenza riporterà il silenzio, la consapevolezza, un ritorno ad una normalità di intenti che una volta tanto rappresenta l'unica forma di salvezza possibile.
Bravo Garrone.

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categorie: cinema